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Festival di Sanremo: industria culturale o laboratorio climatico?

Il Festival non è solo un evento televisivo. È un acceleratore economico che, per una settimana, trasforma una città costiera in un laboratorio di industria culturale. L’ultima stima elaborata da EY (Ernst & Young Global Limited) è una delle principali organizzazioni mondiali di servizi professionali, con sede centrale a Londra, fondata nel 1989: attribuisce al Festival di Sanremo 2026 un impatto complessivo di circa 252 milioni di euro, con quasi 96 milioni di valore aggiunto generato lungo la filiera. Numeri che raccontano una realtà spesso sottovalutata: la cultura, quando funziona, è economia reale.

Un impatto economico su più livelli

L’effetto si distribuisce su tre livelli. C’è la spesa diretta legata alla produzione televisiva, alla logistica e agli allestimenti. Poi c’è l’indotto che coinvolge fornitori, tecnici, servizi di sicurezza, trasporti e comunicazione. Infine, c’è la spesa attivata dal pubblico: alberghi pieni, ristoranti affollati, taxi, negozi, eventi collaterali. Durante il Festival l’occupazione alberghiera sfiora il tutto esaurito e ogni visitatore lascia sul territorio centinaia di euro al giorno: secondo l’analisi ogni visitatore in media spende 500 euro al giorno. Il risultato è un sistema economico temporaneo che sostiene lavoro e imprese locali in piena bassa stagione.

Il cuore del modello resta la pubblicità. Sponsor, diritti televisivi e investimenti dei brand rappresentano la quota principale del valore generato. Non è solo marketing: è un meccanismo che sostiene l’industria musicale, la produzione audiovisiva e la promozione del turismo. Oltre 1.300 posti di lavoro vengono attivati tra tecnici, artisti e servizi, dimostrando come la cultura possa creare occupazione qualificata e diffusa.

C’è poi un aspetto meno visibile, ma strategico. Eventi come Sanremo funzionano da moltiplicatori di immagine. Raccontano un territorio, ne consolidano l’identità e ne amplificano la reputazione internazionale. Questo capitale simbolico diventa turismo futuro, investimenti, opportunità per piccole imprese creative. È la stessa logica che guida molte città europee quando puntano su festival e grandi eventi culturali per rigenerare economie locali.

Il lato sostenibile del Festival

Un tema sempre più centrale riguarda la sostenibilità. L’edizione 2026 ha introdotto un aggiornamento del Piano di Azione per la Sostenibilità del Comune, con interventi su mobilità, rifiuti ed energia. Navette elettriche dedicate e treni regionali aggiuntivi hanno provato a ridurre il traffico privato, mentre ecoisole informatizzate e mezzi elettrici per la raccolta notturna hanno puntato a tagliare la quota di rifiuti non riciclabili. Anche l’illuminazione a LED e le partnership con sponsor “green” hanno contribuito a contenere consumi ed emissioni. Non sono mancate critiche, soprattutto sulla sperimentazione delle corsie riservate, ma il tentativo indica una direzione precisa: trasformare un evento di massa in un laboratorio di sostenibilità urbana.

I grandi eventi culturali possono diventare alleati della transizione ecologica se integrano mobilità pulita, gestione efficiente dei rifiuti e riduzione delle emissioni. Sanremo dura cinque serate, ma può lasciare un’eredità più lunga: dimostrare che cultura, economia e sostenibilità non sono tre strade separate, ma parti della stessa infrastruttura sociale.

Riccardo Pallotta

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