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Riscopriamo “Mille lire al mese”, canzone anti-crisi

Nel 1939 uscì questo brano che divenne celebre per decenni. Anzora oggi è proverbiale

Diciamo sempre che questi sono “tempi di crisi”. Non ricordo un periodo in cui la carenza di denaro fosse stata negata dagli italiani. Volendo metterla sul “leggero”, potremmo dire che, in epoche di “vacche magre”,  la canzoncina che più rimbomba dentro la testa è un tormentone del 1939,  simbolo, allora come oggi, della speranza di ognuno di noi, comune mortale, di vedere la propria busta paga gonfiarsi come una zampogna. A dire il vero questa canzone non è mai passata di moda, al punto che gli esperti la inserirono nel novero dei brani evergreen, i più popolari tra gli italiani. Sono decine le cover realizzate di questo pezzo, che tra l’altro diede il titolo anche ad un film del 1939, con Alida Valli.  Dopo questo preambolo, sveliamo che il brano in esame è “Mille lire al mese”, che nello stesso anno dell’uscita del film omonimo, sbancò, diventando una sorta di inno nazionale. Negli anni del boom economico fu rispolverata come beffardo sfottò ad una povertà che consideravamo alle spalle, negli anni ottanta accompagnò la nascita dello yuppismo e dell’edonismo reaganiano, nei novanta quello della luna di miele col bipolarismo. Ed oggi è una delle più popolari sdrammatizzazioni della crisi economica globale.

A cantare “Mille lire al mese” era un cantante piemontese, originario di Alessandria: quella voce sorniona, agrodolce, gonfia di ironia, arrivava dall’ugola di Gilberto Mazzi, nato il 3 gennaio 1909. Alessandria gli consegnò le prime lezioni di canto, lui poi si trasferì a Milano, poco più che adolescente, ma ebbe esperienze giovanili anche negli Usa. E fu proprio Mazzi a raccontare che negli Stati Uniti ebbe la sua prima avventura davanti ad un microfono.

Dopo alcune interessanti partecipazioni canore, nel 1938 al Mazzi ventinovenne capita l’occasione della vita: partecipa (tra l’altro con l’altra cantante alessandrina, Maria Jottini) alla gara nazionale per gli artisti della canzone, indetta dalla Eiar: è l’ottobre del 1938 e tre mesi dopo, proprio grazie a quel concorso, entra a far parte del cast radiofonico nazionale, diventando cantante con le orchestre del vercellese Cinico Angelini, del genovese Pippo Barzizza e di Tito Petralia. Questo fu il trampolino di lancio che gli permise di entrare a far parte di un contesto che, nel 1939, gli consentì di vedersi affidare la canzone “Mille lire al mese” scritta alcuni mesi prima. E’ un motivetto fox-trot, swingeggiante, messo giù da Carlo Innocenzi (musica) e Alessandro Sopranzi (parole), con arrangiamenti di Pippo Barzizza. Come esce questa canzone ha un successo inaspettato, rappresenta una sorta di filastrocca, che con il verso “se potessi avere mille lire al mese” sintetizza simbolicamente la filosofia piccolo borghese di un’epoca. Ma la domanda che ci siamo posti un po’ tutti, una volta ascoltato questo brano è, “ma nel 1939, cosa ti compravi con 1000 lire?”. A dire il vero, sotto il profilo del potere d’acquisto, non è che ci facessi un granchè, visto che era l’equivalente delle attuali 900, 00 euro. “Solo ??!!”, direte voi. Come ha fatto ad avere così successo una canzone in cui il cantante “sognava” di fare tantissime cose con le attuali 900 euro? In realtà cantare,“1000 lire al mese”, calzava bene con la musica del ritornello;  poi c’è da dire che nel 1939 la concezione del denaro era assai diversa da oggi: per fare alcuni esempi possiamo dire che la farina costava da 1.000 a 1.200 lire al chilo; invece il riso variava dalle 50 alle 60 lire al Kg. Il burro costava 200 lire al chilo, mentre un’automobile di media grandezza arrivava a 90.000 lire. Il paragone tra ieri ed oggi, facendo la conversione in euro e pensando al potere d’acquisto, è assai complicato e forse, impossibile, da fare.

Fabio Buffa

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