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Arte & Cultura

L’Odissea che divide e unisce

Il kolossal di Nolan è oggetto di lunghe discussioni tra gli entusiasti e i delusi. Ma il capolavoro rimane indiscutibile.

L’Odissea di Christopher Nolan è un film capolavoro? Sì. Anzi, no. O forse entrambe le cose. È stato, senza dubbio, uno dei grandi tormentoni mediatici dell’estate 2026.

Tutti competenti, insomma. Ognuno con le proprie motivazioni, le proprie certezze e, naturalmente, le proprie critiche. Prima, però, di entrare nel merito ed esprimere la nostra opinione, possiamo dire che, in questa torrida estate, sulle spiagge, in montagna, al lago e praticamente ovunque, si è parlato dell’Odissea: un’opera letteraria di indiscutibile valore alla quale quasi tutti gli scrittori, prima o poi, fanno riferimento, nei saggi come nei romanzi.

Quanto al film di Nolan, il “taglio” che il regista ha voluto dare alla sua Odissea appartiene naturalmente alle sue intenzioni artistiche. Se invece vogliamo conoscere altri pareri — perché, come si dice, la vita è bella proprio perché è varia — possiamo guardare ai quasi sei milioni di spettatori italiani che, in queste settimane, hanno alimentato discussioni, giudizi e contrapposizioni tra veri esperti e improvvisati professionisti della critica cinematografica. Al 20 agosto, in Italia il film aveva raggiunto 50 milioni di euro di incasso e quasi sei milioni di spettatori; nel mondo aveva già superato il miliardo e 350 milioni di dollari.

Detto questo, parliamo del film.

Qualunque adattamento cinematografico tratto da un’opera letteraria non potrà mai essere una copia conforme dell’originale. Tanto più quando si tratta del poema epico di Omero. Si può forzarne l’esegesi, leggerlo come un’indagine psicologica sui traumi che si annidano nei protagonisti, sui sensi di colpa generati dalle gelosie, dai tradimenti e dalle debolezze, oppure sulla memoria di una tragedia vissuta. Tutto dipende dalle intenzioni di chi decide di rielaborare una storia millenaria e, soprattutto, di reinterpretarne le personalità e le motivazioni dei protagonisti.

Stefano Murari, consulente di self-publishing, osserva giustamente che l’Odissea che quasi tutti abbiamo in testa è spesso quella del riassunto scolastico: il ciclope, la maga, le sirene, il cane che muore di dolore. Una successione di avventure raccontate in ordine cronologico, dalla partenza al ritorno.

Ma il poema di Omero è costruito in modo assai più complesso.

Murari mette in evidenza alcuni elementi fondamentali: Ulisse compare soltanto nel quinto libro dei ventiquattro; la vicenda comincia dieci anni dopo la fine della guerra di Troia; le avventure più celebri sono raccontate a cena; Ulisse torna a casa a metà del poema e Penelope non crede alle sue parole.

Dunque, come si evince da queste considerazioni, parlare del film senza tenere conto del poema significa affrontare soltanto una parte della questione.

Noi, però, dobbiamo recensire il film. E, al netto dei ventiquattro libri di Omero, quella realizzata da Nolan è stata comunque un’impresa cinematografica di proporzioni eccezionali.

La lavorazione ha richiesto 91 giorni effettivi di riprese, distribuiti nell’arco di circa sei mesi e in sei Paesi. Il film è stato girato interamente con macchine da presa IMAX e ha utilizzato oltre due milioni di piedi di pellicola. Per le grandi scene dell’assedio di Troia sono state impiegate circa 2.000 comparse, mentre la produzione ha realizzato un apparato scenografico di dimensioni difficilmente riscontrabili nel cinema contemporaneo.

Sono soltanto alcuni dei numeri che raccontano la portata dell’impresa.

E allora viene spontanea una domanda: non si diceva da tempo che non esistono più i kolossal di una volta?

Eccolo.

È L’Odissea di Christopher Nolan.

Bruno Cimino

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