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Ambiente & Società

Un passo storico per i mari: il trattato WTO che limita i sussidi dannosi

Il 15 settembre 2025 entra ufficialmente in vigore un accordo globale della Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) che pone al centro la sostenibilità degli oceani: il trattato sulle sovvenzioni alla pesca. Dopo oltre vent’anni di negoziati, è stato raggiunto il quorum necessario per attivare le regole che proibiscono i finanziamenti pubblici alle pratiche di pesca più distruttive, come la pesca illegale, lo sfruttamento eccessivo degli stock ittici e le attività in alto mare non regolamentate. Questo accordo, noto anche come Fish One, è il primo patto multilaterale del WTO che mette l’ambiente al centro e riconosce che gli oceani non possono essere trattati come infinite risorse da sfruttare.

Perché eliminare i sussidi alla pesca intensiva

La pesca intensiva, spinta da grandi investimenti e tecnologie aggressive, ha stravolto gli equilibri marini. Migliaia di reti a strascico, flotte industriali che operano in alto mare, supportate da sussidi statali, hanno reso economicamente conveniente la sovrapesca anche quando i pesci cominciavano a scarseggiare. Il risultato è che oggi circa il 90 % degli stock ittici mondiali è sovrasfruttato o sfruttato al limite, secondo stime condivise. I sussidi pubblici hanno agito come un “motore nascosto” che ha permesso la proliferazione di pratiche non sostenibili: multe flotte, carburanti e attrezzature finanziati dallo Stato hanno sostenuto l’industria anche quando non era redditizia. L’accordo del WTO punta a bloccare proprio queste sovvenzioni “dannose”, ossia quelle che incentivano l’eccesso di pesca anziché promuovere pratiche responsabili.

Cosa prevede il trattato e dove sono i limiti

L’accordo vieta i sussidi che sostengono attività illegali (IUU — Illegal, Unreported, Unregulated), quelli diretti a stock già sovrasfruttati e quelli per operare in alto mare senza un regime gestionale appropriato. Tuttavia, non tutto è stato risolto. Alcuni sussidi al carburante e al potenziamento delle flotte non sono ancora completamente vietati. In più, il trattato non obbliga tutti i Paesi ad avviare controlli specifici per individuare attività illegali, lasciando spazi di manovra. Le sue disposizioni sono vincolanti, ma in molti casi richiedono che i paesi integrino la normativa nel proprio diritto interno e costruiscano meccanismi di monitoraggio. Un altro punto importante è il cosiddetto “Fish Fund”: un fondo istituito per aiutare i paesi in via di sviluppo ad attuare le nuove regole, fornire assistenza tecnica e rafforzare capacità amministrative.

Impatto potenziale e sfide future

Da oggi, le flotte che dipendevano da aiuti statali per operare potrebbero trovarsi in difficoltà economica se non si adatteranno a pratiche più sostenibili. Alcuni esperti credono che questo accordo potrà favorire il recupero di popolazioni ittiche e dare sollievo a ecosistemi che da decenni subiscono la pressione umana. Ma molto dipenderà da quanto bene i paesi attueranno le norme. Se la “fase 2” dell’accordo non sarà conclusa entro quattro anni, il trattato potrebbe decadere. Inoltre, i paesi in sviluppo hanno espresso preoccupazioni: applicare queste misure costa risorse e richiede infrastrutture avanzate, cosa che può penalizzare le comunità costiere che dipendono dalla pesca.

Riccardo Pallotta

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