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I !Kung, un popolo in via di trasformazione

Ricerche etnografiche e antropologiche mettono in evidenza la causa scatenate il cambiamento dello stile di vita della popolazione.

A scuola viene comunemente insegnato che il passaggio dell’uomo dalla condizione di cacciatore-raccoglitore a quella di agricoltore-allevatore è avvenuta nel periodo Neolitico ed è stata generata dal fatto che il nuovo
stile di vita consentiva di accedere a maggiori risorse alimentari e dunque a garantire maggior benessere.
Quanto appena detto in realtà non è un concetto generalizzabile, infatti, gli studi compiuti su resti scheletrici di varie popolazioni hanno dimostrato che in alcuni casi questo cambiamento non ha comportato il miglioramento delle loro condizioni di vita.

Quanto sopra detto è strettamente legato alla trasformazione che sta vivendo il popolo !Kung (il punto esclamativo indica un suono simile ad uno schiocco di lingua), che abita il Kalahari, in Africa meridionale.
Malgrado la presenza già dal XV/XVI secolo in questi territori dei colonizzatori europei, questa popolazione ha conservato fino a pochi decenni fa un rigidissimo stile di vita improntato sulla caccia e sulla raccolta che, in base alla sua organizzazione e insieme ad un opportuno sistema di valori condivisi, ha loro garantito diffuso benessere, con ampia disponibilità di cibo e buona parte della giornata da dedicare al riposo.

La loro organizzazione prevedeva un sistema di caccia e raccolta non specializzato, che portava gli uomini a spaziare tra più di 60 specie di animali da predare e le donna ad avere più di 100 specie di piante da raccogliere, che sapevano abilmente riconoscere. La loro vita era nomade e interessata da frequentissimi e rapidi spostamenti sul territorio alla ricerca di fonti d’acqua e animali da cacciare, resa possibile dal fatto che
possedevano pochissimi beni facilmente trasportabili. A contribuire al benessere della popolazione vi sono state poi una serie di convenzioni sociali volte a creare processi di scambio, condivisione e reciprocità che
garantivano sempre un’equa distribuzione delle risorse. Infatti chiunque avesse avuto la fortuna di trovare più cibo degli altri aveva l’obbligo di condividerlo sempre, così era anche per gli oggetti d’uso non facilmente
reperibili come coltelli e punte di lancia in metallo. Questa rete di doni faceva sì che ogni individuo era sempre in debito con qualcun altro e aveva il dovere di ricambiare. Il mancato rispetto del principio della condivisione
era motivo di grande vergogna a livello sociale.

Negli ultimi decenni, in particolar modo dagli anni ‘70, i !Kung hanno progressivamente abbandonato lo stile di vita che li caratterizzava da secoli per iniziare una esistenza stanziale improntata sull’allevamento e
l’agricoltura. Il motivo scatenante del cambiamento è stato l’arrivo tra la popolazione di una grande quantità di beni ad opera di “aiuti” provenienti dai governi africani della regione, impegnati a recuperare lo scarto con i paesi del mondo più “evoluti”. L’accumulo dei beni da parte della popolazione, infatti, ha impedito loro di riuscire a spostarsi rapidamente sul territorio e li ha obbligati ad abbandonare il precedente stile di vita. Il loro
sistema di valori basato sulla condivisione si è sgretolato, lasciando il posto ad una cultura più individualista volta a garantirsi il benessere attraverso l’accumulo di beni, con la conseguente insorgenza anche di tensioni
sociali.

Il caso dei !Kung mette in evidenza in maniera esemplare come le convinzioni della scienza sul processo evolutivo delle società umane siano quanto mai relative e non facilmente generalizzabili. Inoltre evidenzia
come il contatto tra diverse società dovrebbe essere improntato al rispetto del differente sistema di valori, con la consapevolezza che il proprio punto di vista su ciò che è “meglio” è quanto mai relativo.

Glenda Oddi

-John E. Yellen, La trasformazione dei !Kung del Kalahari, Le scienze, n.262, 1990, pp.78-86.
-Lee Richard B., The !Kung San: men, women and work in a foraging society, Cambridge University Press,
1979.

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