GIOVANI, SCRITTURA E PANDEMIA. QUATTRO CHIACCHERE CON FEDERICA PERRUCCI

Federica Perrucci non è solo una giovane universitaria, è una scrittrice. Il suo primo libro, “Gocce di eternità”, lo ha pubblicato “in self” con Amazon, ma per la sua prossima pubblicazione ci anticipa che vuole contattare una casa editrice. “Gocce di eternità” è una raccolta di riflessioni. Profonde. Alcune profondissime. Insomma, Federica Perrucci è l’esempio di come non serva necessariamente avere i capelli bianchi per fare ragionamenti complessi e articolati.

Tu sei giovanissima, questo ti ha agevolata o ti ha ostacolata nella tua attività?

Da un lato ho trovato difficoltà in quanto nella mia fascia d’età ciò che scrivo, a parte le cose più semplici, è un po’ “scritto in un’altra lingua”. Molto spesso le persone non hanno neanche voglia di fermarsi a leggere qualcosa sui social. Ad esempio quando pubblico su Instagram mi accorgo che la visibilità è molto minore rispetto che su Facebook, dove c’è un pubblico completamente diverso. Ho notato però che non c’è maggior superficialità tra i giovani, ma che semplicemente non si soffermano su queste tematiche. Anche dal punto di vista sociale. Questa cosa mi ha fatto un po’ allontanare dalla gente della mia età.

Ti senti di appartenere a questa generazione?

Io non mi sento appartenere a nessuna generazione. Io mi sento fuori da tempo. Nel senso che per certe cose sento di avere la profondità e la maturità che non sono proprie di una persona della mia età, o almeno così mi dicono. Per altre cose invece penso che questa generazione non sia così “addormentata” come la descrivono. Vedo che c’è una bella spinta verso il voler creare qualcosa. Si dice tanto che i giovani non hanno voglia di fare, però basta pensare a quanto accaduto in Romagna e a tutti i giovani che erano lì. Io sono stata a Forlì a fare smistamento per le donazioni e ho visto foto e gente che c’è stata lì e che ha detto che di giovani che ne sono e si danno da fare. La gioventù di oggi ha valori diversi rispetto a quella che c’era prima e, secondo me, ci vuole ancora un po’ di tempo, ma riuscirà a portare un bel cambio di paradigma.

Leggendo “Gocce di eternità” si nota subito una cosa: usi tantissimo le maiuscole. Come mai?

Le uso perché ci sono delle parole alle quali voglio dare un accento. Per me la scrittura non è piatta. Non mi piace la scrittura normale e non mi piace la scrittura continua. Mi piace dare respiro al testo usando molto l’andare a capo, anche se prima utilizzavo molto i puntini di sospensione. Voglio che il lettore respiri mentre legge.

Una poesia più che una prosa…

Sì, esatto. Quelle maiuscole servono proprio perché nel corso del testo io voglio accompagnare il lettore verso determinate parole perché non sono solo parole, ma suscitano qualcosa di più.

Tu hai raccolto più di un centinaio di pensieri e li hai condensati in un libro, ma tutto parte dai social…

Diciamo di sì. Io ho iniziato a scrivere qualche anno fa sui social, soprattutto su Facebook. In realtà sia prima di scrivere il libro che dopo io ho sempre amato scrivere le poesie su dei fogli colorati e lasciarli in giro sia nella mia città che fuori dalla mia città. Ero tra quelle persone che durante la pandemia andava in giro ad attaccare i bigliettini con scritto “andrà tutto bene”. Ad un certo punto volevo che il messaggio fosse accessibile a più persone, anche al di fuori dei social e volevo creare qualcosa di concreto. Lì ho sentito la necessità di scrivere un libro. Dato che al giorno d’oggi ci sono tanti mezzi e tante possibilità anche per chi ancora è un po’ “nuovo” in questo mondo ho fatto la mia esperienza con Amazon. Per il secondo libro, invece, contatterò una casa editrice.

Alla fine della pandemia è “andato tutto bene” così come scrivevi?

Dipende cosa si intende per “andrà tutto bene”.

Cioè?

Secondo me il periodo della pandemia è stato un periodo di espansione di ciò che le persone avevano dentro, nel senso che chi aveva del buono che era pronto ad uscire lo ha manifestato. Tutti i risvolti che ci sono stati dopo il Covid hanno portato a un grande cambiamento interiore. Per me il periodo del Covid non è stato solamente un periodo di chiusura, di quarantena e di isolamento. O meglio, lo è stato, ma a livello spirituale, io l’ho vissuta così, era come se fossimo stati invitati a chiuderci dentro di noi e a guardarci dentro. Il mondo si è fermato e ci ha detto “sei tu con te stesso”. Chi è riuscito a vederlo in questo modo ne è uscito trasformato. Poi è chiaro che siamo in un mondo duale dove c’è chi sicuramente è riuscito a trarre beneficio da quella situazione o ne è stato cambiato e c’è chi l’ha vista solo come una piaga per l’umanità. Poi è ovvio che ci sono stati dei morti, vittime e che la vita di molte persone è cambiata perché ci sono tante persone che a livello umano sono rimase segnate tantissimo. Soprattutto la gente che si è trovata veramente sola. Io ho vissuto comunque con le mie sorelle e con mia madre. Non ero sola praticamente mai. Posso solo immaginare la gente che si è trovata senza nessuno e senza nulla.

Scrivi più per passione o per lanciare un messaggio?

Sicuramente scrivo anche per passione, nel senso che è una cosa che mi piace un sacco perché mi piace comunicare in tutti i modi, sia con la scrittura che a voce che artisticamente. È una cosa che non ho cercato, è nata da sola. Scrivo perché mi sentirei “oppressa” se non lo facessi. In certi momenti ho proprio bisogno di tirare fuori qualcosa. Poi ho notato che in quello scritto c’è un “sentire comune”, nel senso che molte persone si rispecchiano. Lì ho capito che poteva diventare anche uno strumento per fare in modo che le persone cominciassero a osservarsi, a pensare, a riflettere, a conoscersi.

Francesco Natale

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