In Calabria si sta assistendo ad uno smantellamento di ospedali ed i cittadini sono obbligati a recarsi in altre regioni per curarsi.
La Calabria conta circa 1 milione e 900 mila abitanti distribuiti su 15.222 km², articolati in 404 comuni e in una miriade di frazioni che ne definiscono la complessa identità territoriale. Regione a forte vocazione turistica, nei mesi estivi accoglie oltre 2 milioni di visitatori, un afflusso che incide profondamente su servizi e infrastrutture, a partire da quelli sanitari.
Per entrare subito nel merito di una questione di evidente interesse pubblico, prendiamo come riferimento uno dei principali poli turistici calabresi: Tropea, insignita del titolo di “Borgo dei Borghi” e da anni Bandiera Blu. In questa località e nel suo comprensorio, dove insiste una struttura ospedaliera di buon livello ma da tempo minacciata da ipotesi di ridimensionamento, nel corso del 2025 si sono registrati 165.440 arrivi e 550.735 presenze turistiche. Numeri che rendono evidente quanto il sistema sanitario locale debba essere adeguati anche su una popolazione fluttuante, non solo residente.
In linea teorica, la Calabria disporrebbe di un numero sufficiente di strutture ospedaliere per garantire una copertura adeguata della sanità territoriale. Tuttavia, negli anni, molte di esse sono state oggetto di ridimensionamenti significativi, quando non di vere e proprie chiusure o inattività.
Restano punti di riferimento alcuni poli di eccellenza: l’Azienda Ospedaliera Universitaria Renato Dulbecco, centro nevralgico con reparti altamente specializzati; l’Azienda Ospedaliera di Cosenza, principale hub della provincia; e l’Ospedale Metropolitano Bianchi – Melacrino – Morelli, struttura di riferimento per l’area metropolitana reggina. Attorno a questi presidi, sopravvivono altri ospedali che, nonostante condizioni spesso precarie, continuano a garantire un minimo di assistenza, resistendo a scelte politiche difficili da comprendere e da giustificare sul piano sociale.
Si è introdotta, nel linguaggio sanitario, la distinzione tra ospedali “Hub” e “Spoke”: i primi concepiti come centri di eccellenza per la gestione dei casi complessi, i secondi destinati a fornire assistenza di base e a smistare i pazienti più gravi verso le strutture centrali. Anche la rete ospedaliera calabrese è stata riorganizzata secondo questo modello. Tuttavia, nella pratica, tale articolazione rischia di trasformarsi in una rete farraginosa, dove l’individuazione delle competenze e dei percorsi di cura può risultare lenta e inefficiente, con conseguenze anche drammatiche.
Nonostante le difficoltà, non mancano forme di resistenza civile: manifestazioni, spesso poco visibili ma tenaci, portate avanti da cittadini e comitati che difendono il diritto alla salute e contestano la chiusura o il depotenziamento di presidi fondamentali per il territorio.
La crisi della sanità calabrese si manifesta in molteplici forme: carenza cronica di medici, infermieri e tecnici, riduzione dei servizi, aumento della mobilità sanitaria verso altre regioni. Un fenomeno che alimenta disuguaglianze e frustrazione sociale, dando luogo a proteste sempre più accese.
In questo contesto, il richiamo all’Articolo 32 della Costituzione Italiana non è soltanto formale, ma profondamente sostanziale: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”. Parole che, oggi più che mai, chiedono di essere tradotte in realtà concreta per tutti i cittadini, senza distinzioni territoriali.
Bruno Cimino


