Il declino della natura non è solo una crisi ambientale: secondo la BCE e il network NGFS rappresenta un rischio crescente per economia, banche e stabilità finanziaria globale.
In un mondo attraversato da tensioni geopolitiche, crisi energetiche e instabilità finanziarie, c’è un’altra emergenza che continua a crescere, spesso più silenziosa ma non meno pericolosa: il declino della natura. Non è soltanto una questione ambientale. È sempre più evidente che il degrado degli ecosistemi sta diventando un rischio economico e finanziario di primo piano. Lo ha ricordato con chiarezza Frank Elderson, membro del comitato esecutivo della Banca centrale europea e vicepresidente del consiglio di vigilanza della BCE, intervenendo a Pretoria all’evento annuale del Network for Greening the Financial System (NGFS), la rete internazionale che riunisce banche centrali e autorità di vigilanza impegnate a integrare clima e natura nella stabilità finanziaria. Il messaggio è semplice ma potente: distruggere la natura significa mettere a rischio l’economia globale.
Un’economia che dipende dagli ecosistemi
Per molto tempo la natura è stata considerata una variabile esterna ai modelli economici. Oggi questa visione appare sempre più superata. Secondo le stime della Banca Mondiale, circa la metà del prodotto interno lordo mondiale dipende direttamente dalla biodiversità, dal capitale naturale e dai servizi ecosistemici. Anche il sistema finanziario europeo riflette questa dipendenza. Nell’area dell’euro quasi il 75% dei prestiti concessi dalle banche alle imprese riguarda aziende che dipendono in modo significativo da almeno un servizio ecosistemico. In altre parole, gran parte dell’economia reale si regge su risorse naturali che spesso diamo per scontate. La dipendenza è evidente anche in ambiti meno intuitivi. Oltre la metà dei medicinali essenziali, compresi antibiotici e antidolorifici, deriva da piante o da altre risorse naturali. Senza biodiversità, anche la medicina moderna perderebbe una parte fondamentale delle sue basi scientifiche. Eppure la pressione sugli ecosistemi continua ad aumentare. L’uso intensivo del suolo, l’inquinamento, il cambiamento climatico e lo sfruttamento eccessivo delle risorse stanno accelerando il degrado ambientale. Oggi l’umanità consuma le risorse naturali circa 1,7 volte più velocemente rispetto alla capacità degli ecosistemi di rigenerarle. È, a tutti gli effetti, un deficit ecologico strutturale.
La natura come infrastruttura invisibile
La natura non è soltanto una risorsa economica. È anche una delle principali difese contro la crisi climatica. Foreste, oceani e zone umide funzionano come enormi serbatoi naturali di carbonio, assorbendo circa la metà delle emissioni prodotte dalle attività umane. Allo stesso tempo svolgono funzioni cruciali per la stabilità dei territori. Le zone umide, ad esempio, agiscono come gigantesche spugne naturali: assorbono l’acqua in eccesso durante le piogge intense e la rilasciano lentamente, riducendo il rischio di alluvioni e proteggendo infrastrutture e attività economiche. Quando questi sistemi naturali si degradano, i costi ricadono inevitabilmente sulla società e sull’economia.
Quando il rischio ambientale diventa rischio finanziario
Se il declino della natura prosegue con i ritmi attuali, le conseguenze non riguarderanno solo gli ecosistemi ma anche la stabilità economica. La riduzione della disponibilità di risorse naturali può compromettere la produttività delle imprese, ridurre i ricavi e rendere più difficile il rimborso dei prestiti bancari. In questo scenario i bilanci degli istituti finanziari diventano più fragili, con potenziali effetti sull’intero sistema economico. Per questo motivo sempre più autorità di vigilanza stanno iniziando a integrare i rischi legati alla natura nelle proprie attività di supervisione bancaria. In Brasile, ad esempio, quasi la metà dei portafogli di credito delle banche è esposta ad aziende fortemente dipendenti dai servizi ecosistemici. La banca centrale ha quindi introdotto strumenti specifici per raccogliere dati sui rischi ambientali e climatici.
Anche in Europa cresce l’attenzione. In Ungheria la banca centrale ha avviato un progetto con l’OCSE per mappare i rischi finanziari legati alla perdita di biodiversità. Altre autorità di vigilanza stanno introducendo linee guida per valutare gli impatti ambientali sui bilanci bancari.
L’acqua come nuovo fattore di rischio economico
Tra le minacce emergenti, una delle più rilevanti riguarda la disponibilità di acqua. Una ricerca condotta dalla Banca centrale europea insieme a studiosi dell’Università di Oxford e della London School of Economics mostra che la scarsità idrica potrebbe diventare uno dei principali fattori di rischio per l’economia dell’area euro. Secondo l’analisi, fino al 24% della produzione economica europea potrebbe essere esposta alla riduzione delle risorse idriche superficiali. Utilizzando dati relativi a circa 4.400 miliardi di euro di prestiti bancari, i ricercatori hanno stimato che quasi un quinto dei finanziamenti è legato ad attività vulnerabili alla scarsità d’acqua. I settori più esposti sono l’immobiliare, l’industria manifatturiera e il commercio. Se la qualità e la disponibilità dell’acqua dovessero peggiorare, le conseguenze potrebbero tradursi in un aumento dei rischi di credito e in nuove vulnerabilità sistemiche.
Impatti economici già visibili
I segnali di questa trasformazione sono già evidenti. Uno studio della Banque de France ha stimato che le interruzioni dei servizi ecosistemici potrebbero aumentare i prezzi dei prodotti alimentari di oltre il 2%, contribuendo a un incremento dell’inflazione. In Spagna, il degrado ambientale del Mar Menor, la più grande laguna salata d’Europa, ha provocato perdite immobiliari superiori ai 4 miliardi di euro. Una cifra dieci volte più alta rispetto ai guadagni ottenuti negli ultimi vent’anni dalla trasformazione dei terreni circostanti in agricoltura irrigua, una delle principali cause del deterioramento ambientale. Anche nel continente africano le analisi indicano che una gestione più sostenibile delle risorse naturali potrebbe ridurre significativamente il rischio di credito nei sistemi bancari.
La cooperazione internazionale come risposta
Di fronte a rischi così complessi, nessun paese può agire da solo. La natura non conosce confini e lo stesso vale per i sistemi economici e finanziari. Secondo Elderson, la cooperazione internazionale rappresenta uno degli strumenti più importanti per affrontare questa nuova dimensione del rischio. Il Network for Greening the Financial System nasce proprio con questo obiettivo: condividere dati, sviluppare metodologie comuni e rafforzare la capacità delle istituzioni finanziarie di gestire i rischi legati al clima e alla natura. L’obiettivo è costruire un vero e proprio “kit di strumenti” globale per banche centrali e autorità di vigilanza, capace di integrare scenari ambientali, stress test e nuove metriche economiche.
Un rischio che riguarda tutti
La perdita di biodiversità non è più soltanto una questione scientifica. È una delle principali sfide economiche del nostro tempo. Secondo la piattaforma scientifica internazionale IPBES, oltre l’80% dei terreni coltivabili nel mondo è già interessato da fenomeni di erosione, salinizzazione o perdita di biodiversità. Se questa tendenza proseguirà, la produttività agricola globale potrebbe ridursi del 12% entro il 2040, con un aumento dei prezzi alimentari fino al 30%. Il messaggio che emerge da queste analisi è chiaro: la crisi della natura non è separata dall’economia. È parte integrante del suo funzionamento. Proteggere gli ecosistemi non significa solo salvaguardare la biodiversità. Significa anche difendere la stabilità finanziaria, la sicurezza alimentare e la resilienza delle nostre società. In un mondo sempre più interconnesso, ignorare questo legame non è più un’opzione.
Riccardo Pallotta


