A Roma, nello spazio PM23, l’universo di Valentino Garavani dialoga con l’arte di Joana Vasconcelos: VENUS è una mostra che trasforma la bellezza in gesto collettivo, sociale e contemporaneo.
Perché VENUS?
Oltre cento studenti di arte e moda, bambini ricoverati al Bambino Gesù, pazienti in cure palliative al Gemelli, donne vittime di violenza, rifugiate, detenute del carcere di Rebibbia. Perché Venus non nasce da un atelier chiuso, ma da una rete di mani: mani diverse, con dita e pieghe diverse, ma messe in passerella da un unico gesto condiviso.
Roma, Piazza Mignanelli. A pochi passi dal traffico turistico di Piazza di Spagna, c’è un angolo che sembra sottratto al tempo. Qui, dove Valentino Garavani ha costruito non solo una maison ma un’idea di bellezza assoluta, prende forma VENUS, la nuova mostra firmata Joana Vasconcelos. Non è una retrospettiva, non è una celebrazione nostalgica. È piuttosto un incontro ravvicinato tra due visioni che parlano lingue diverse ma condividono la stessa fede: la bellezza come necessità, non come ornamento.
Lo SPAZIO PM23 — cuore pulsante della FONDAZIONE VALENTINO GARAVANI E GIANCARLO GIAMMETTI — si conferma così molto più di una sede espositiva. È un laboratorio culturale, un punto di frizione tra arte, moda e responsabilità sociale: QUI LA BELLEZZA NON VIENE CONTEMPLATA: VIENE MESSA ALLA PROVA.
Joana Vasconcelos non “interpreta” Valentino. Lo attraversa. I suoi lavori non imitano l’haute couture, la evocano per sottrazione, per astrazione. Le forme iconiche della maison — il volume, il ritmo, la disciplina quasi sacrale del gesto sartoriale — diventano materia fluida, si sciolgono in superfici tessili che raccontano altro: fragilità, forza, memoria collettiva.
Il centro gravitazionale della mostra è VENUS, una Valchiria contemporanea, monumentale e sorprendentemente vulnerabile. Un’eroina astratta, fatta di migliaia di elementi decorativi intrecciati a mano, che non celebra il mito ma lo riscrive. Non la dea irraggiungibile, bensì un corpo simbolico che protegge, accoglie, resiste.
«La mostra è un dialogo», dice Vasconcelos. Ed è una dichiarazione da prendere alla lettera.
Curiosità che cambia la prospettiva: nessuna di queste mani sapeva come sarebbe stata VENUS nella sua forma finale. L’opera si è costruita come un organismo vivo, crescendo per accumulo, errore, aggiunta. Proprio come una città. Proprio come una società.
Ed è qui che il dialogo con Valentino Garavani diventa più sottile e potente. L’alta moda, nella sua perfezione quasi ieratica, è sempre stata anche un esercizio di disciplina estrema, di rispetto per il tempo e per il lavoro umano. Vasconcelos ne raccoglie l’eredità, ma la ribalta: la bellezza non è più esclusiva, è condivisa. Non è silenziosa, è corale.
VENUS non offre un percorso lineare nè lo vuole. Chiede allo spettatore di perdersi, di tornare sui propri passi, di guardare da vicino ciò che finisce per restare invisibile in una vetrina, addosso o su di una passerella: il lavoro, la cura, la relazione. In un’epoca ossessionata dalla velocità e dall’immagine, la mostra fa una scelta radicale: rallenta.
Alla fine, quello che resta non è solo un’opera monumentale, ma una sensazione rara. Che la bellezza, quando è autentica, non serve a evadere dal mondo. Serve a rientrarci meglio.
Valentino Garavani visto da Joana Vasconcelos: quando la bellezza diventa un atto collettivo
Perché VENUS?
Oltre cento studenti di arte e moda, bambini ricoverati al Bambino Gesù, pazienti in cure palliative al Gemelli, donne vittime di violenza, rifugiate, detenute del carcere di Rebibbia. Perché Venus non nasce da un atelier chiuso, ma da una rete di mani: mani diverse, con dita e pieghe diverse, ma messe in passerella da un unico gesto condiviso.
A Roma, in Piazza Mignanelli, c’è un posto che sembra essere stato dimenticato dal tempo. Questo posto è situato a pochi passi dalla confusione turistica di Piazza di Spagna. Qui Valentino Garavani ha creato non solo una casa di moda, ma anche un’idea di bellezza perfetta. In questo posto si trova la nuova mostra chiamata VENUS, creata da Joana Vasconcelos. Non si tratta di una mostra che guarda al passato, né di una celebrazione nostalgica. È piuttosto un incontro tra due punti di vista diversi che condividono la stessa idea: la bellezza è qualcosa di cui abbiamo bisogno, non solo qualcosa di bello da vedere. La mostra VENUS rappresenta l’incontro tra la visione di Valentino Garavani e quella di Joana Vasconcelos, due artisti che parlano lingue diverse, ma che credono nella stessa cosa: la bellezza come una parte essenziale della nostra vita.
Lo SPAZIO PM23 — cuore pulsante della FONDAZIONE VALENTINO GARAVANI E GIANCARLO GIAMMETTI — si conferma così molto più di una sede espositiva. È un laboratorio culturale, un punto di frizione tra arte, moda e responsabilità sociale: QUI LA BELLEZZA NON VIENE CONTEMPLATA: VIENE MESSA ALLA PROVA.
Joana Vasconcelos non “interpreta” Valentino. Lo attraversa. I suoi lavori non imitano l’haute couture, la evocano per sottrazione, per astrazione. Le forme iconiche della maison — il volume, il ritmo, la disciplina quasi sacrale del gesto sartoriale — diventano materia fluida, si sciolgono in superfici tessili che raccontano altro: fragilità, forza, memoria collettiva.
Il centro gravitazionale della mostra è VENUS, una Valchiria contemporanea, monumentale e sorprendentemente vulnerabile. Un’eroina astratta, fatta di migliaia di elementi decorativi intrecciati a mano, che non celebra il mito ma lo riscrive. Non la dea irraggiungibile, bensì un corpo simbolico che protegge, accoglie, resiste.
«La mostra è un dialogo», dice Vasconcelos. Ed è una dichiarazione da prendere alla lettera.
La cosa più interessante è che nessuno dei partecipanti sapeva come sarebbe stata VENUS alla fine. L’opera è cresciuta come un essere vivente, attraverso errori, aggiunte e correzioni. È un po’ come Roma stessa, una città che si sviluppa nel tempo, o come una società che si evolve. Tutto è stato costruito passo dopo passo. Questo rende VENUS un’opera unica e speciale, proprio come una città o una società con la loro storia e la loro personalità. La sua forma finale è il risultato di un lungo processo di sviluppo, e questo la rende ancora più interessante e affascinante.
Ed è qui che il dialogo con Valentino Garavani diventa più sottile e potente. L’alta moda, nella sua perfezione quasi ieratica, è sempre stata anche un esercizio di disciplina estrema, di rispetto per il tempo e per il lavoro umano. Vasconcelos ne raccoglie l’eredità, ma la ribalta: la bellezza non è più esclusiva, è condivisa. Non è silenziosa, è corale.
VENUS non offre un percorso lineare nè lo vuole. Chiede allo spettatore di perdersi, di tornare sui propri passi, di guardare da vicino ciò che finisce per restare invisibile in una vetrina, addosso o su di una passerella: il lavoro, la cura, la relazione. In un’epoca ossessionata dalla velocità e dall’immagine, la mostra fa una scelta radicale: rallenta.
Alla fine, quello che resta non è solo un’opera monumentale, ma una sensazione rara. Che la bellezza, quando è autentica, non serve a evadere dal mondo. Serve a rientrarci meglio.
Per maggiori info: https://fondazionevg-gg.com/it
Per biglietti: https://www.clappit.com/biglietti-piazza-mignanelli-23/homePage.html
Marino Ceci


