Bilanciamento tra busta paga e burnout
E’ stato definito “stipendio emotivo”, ma di cosa si tratta nello specifico? L’espressione affonda le sue radici nei meandri della sociologia ed è stata coniata col preciso intento di mettere a fuoco l’insieme dei benefici non monetari legati al lavoro. Quindi non si tratta di un’invenzione di ultima generazione per catalizzare l’attenzione. A rivendicarlo, a gran voce, è la cosiddetta “generazione Z”. Ciò pone alla ribalta l’atavico interrogativo esistenziale del “Vivere per lavorare o lavorare per vivere”.
La Gen Z sembra avere le idee molto chiare sul punto. Ed infatti da recenti indagini sembra proprio di poter affermare che un giovane lavoratore su due sarebbe disposto a lasciare un impiego ben pagato, pur di uscire da un ambiente di lavoro tossico. Il quadro che salta fuori è quello di una generazione che non mette in cima alla scala gerarchica il lavoro a qualunque costo. Bensì un equo bilanciamento tra benessere psico-fisico sul posto di lavoro e work-life balance. Perchè infatti puntare ad una busta paga più sostanziosa se questo porta con sé non trascurabili conseguenze? Vale a dire: livelli di stress psico-fisico tali per sostenere i quali si è poi costretti a ricorrere a farmaci e terapie di supporto che svuotano il portafogli?
Riflettori dunque puntati sull’attuale mercato del lavoro e sul contratto, potremmo dire, “non scritto” tra datore di lavoro e lavoratore. Un legame cioè che va oltre il concetto di retribuzione, almeno stando al sistema di valori in cui la generazione Z si rispecchia. Se dunque la vita personale e la propria salute psico-fisica rischiano serie minacce in certi ambienti di lavoro, la risposta della generazione Z si materializza spesso nelle dimissioni. E questo non deve più di tanto stupire, visto che diversi studi danno conferma che in Italia il problema del burnout è sempre più dilagante.
Maria Teresa Biscarini


