Una carrellata di racconti tra ricordi e riflessioni
“Io auguro a tutti di avere una zia di riferimento. La mia è stata un faro in certe nebbie adolescenziali, quando tutto sembra grigio e il panorama adulto non ci attrae per niente”. A scrivere in questi termini tributando parole di lode alla zia è la conduttrice e scrittrice Serena Dandini nel suo libro dal titolo “Grazie per quella volta” edito da Rizzoli. Di cosa si tratta? Di una carrellata di racconti, a metà tra i ricordi di una vita, esperienze e riflessioni, che consentono di andare oltre il personaggio di Serena Dandini affondando nelle sue radici a caccia di quella “difettosità” di cui si parla nel sottotitolo. Sì perché l’autrice dopo il titolo, già di per sé evocativo, “Grazie per quella volta”, aggiunge anche come sottotitolo “Confessioni di una donna difettosa”.
Una difettosità che, si intuisce sin da subito, ha poco a che fare con qualcosa di mal funzionante, piuttosto con qualcosa che rimanda ad una diversità. E la zia a cui Dandini dedica un intero capitoletto, sembra incarnare a pieno titolo questo valore del non conformismo. “Alta, fiera, […] classe 1919, spirito arguto, intelligenza brillante, tra le prime donne laureate in architettura”. Un modello di femminilità dunque ben distante dalla media in circolazione ai tempi della giovinezza dell’autrice. E così, non potendosi rispecchiare nella figura materna, a suo dire “troppo antica”, Dandini elegge la zia a modello dei suoi sogni di emancipazione. Ma al di là del suo, specie all’epoca, invidiabile curriculum studiorum, cosa faceva di così peculiare questa zia tanto ammirata?
Citando testualmente i ricordi tratteggiati da Dandini la zia “fu la prima nella nostra famiglia a rinunciare al divano rococò e a introdurre nel suo salotto di casa gli arredi moderni” in combinato con “arte astratta alle pareti al posto di quadri scuri con le cornici dorate”. Una scelta forse spiegabile anche alla luce del suo corso di studi. Proseguendo però con la lettura, l’autrice allarga lo sguardo sulle sue scelte di vita che sembrano, ancora una volta, dare conferma di questa sua stravaganza. Era sempre questa zia che “scavalcando ogni regola, permetteva al suo cane lupo Topic di salire sui letti e poltrone con grande scandalo dei parenti”. Era inoltre la stessa zia che “osava dare asilo con allegria a tutti i fidanzati malvisti, alle seconde mogli e agli amanti che negli anni si sono accumulati nella nostra famiglia” è sempre Dandini a scrivere.
Di questa zia, convolata tardi a giuste nozze, i parenti, ma soprattutto un nonno dicevano, “Troppo intelligente per trovare marito”. E invece, contrariamente ad ogni aspettativa, questa zia tanto ammirata dalla scrittrice, s’innamora di un uomo dal cognome straniero. “Non era notaio, né avvocato o ingegnere, – ricorda Dandini – le poche professioni consentite dal nonno per accedere al ruolo di capofamiglia”. Ma in realtà anche se nessuno in famiglia sembrava aver capito bene cosa facesse questo neo marito, lui insieme alla zia “erano gli zii da cui volevamo sempre andare a rifugiarci quando il mondo ci crollava addosso” scrive l’autrice. Una linea dunque piuttosto stravagante nell’albero genealogico di Serena Dandini che forse ha ispirato pure lei nelle sue tante battaglie contro stereotipi e vuoti formalismi.
Maria Teresa Biscarini


