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Ambiente & Società

Il Gay Pride infastidisce e rischia di cambiare il paese

Ogni anno il Pride scatena polemiche feroci. Ma perché una manifestazione colorata continua a dividere così profondamente l’opinione pubblica? La risposta affonda nella storia e nella politica.

Ogni estate succede la stessa cosa: una parata, colorata, eccessi ma non solo, inondano le strade di varie capitali d’europa e molte città, tranquille o non, d’Italia.

Le strade si riempiono di bandiere arcobaleno, i social esplodono, i giornali ne parlano per giorni e puntualmente si riaccende una polemica che sembra non finire mai. I politici esprimono il loro parere, cavalcando ondate nazional popolari o progressiste a seconda della provenienza e retroterra culturale (se presente). C’è chi lo considera una festa di libertà, chi una battaglia per i diritti e chi, invece, una manifestazione eccessiva che non avrebbe più ragione di esistere.

Ma se il Pride fosse davvero soltanto una sfilata, perché continuerebbe a provocare reazioni così forti? E perché in milioni di persone vi parteciperebbero, a prescindere dal loro orientamento sessuale…?

La risposta è semplice quanto scomoda: il Pride non parla solo della comunità LGBTQ+: le strade in questo giorno divengono uno specchio delle nostre vite, delle nostre necessità e paure, più o meno represse: porta in strada una società complessa e ogni anno sempre nuova e diversa. Parla della società nel suo insieme, penetra nelle vite di ogni famiglia finendo così per toccare ciascuno su corde molto delicate. E ogni volta che passa per le strade di una città costringe tutti a confrontarsi con temi che spesso preferirebbero evitare.

La domanda che molti si pongono è sempre la stessa: perché esiste ancora? La risposta più semplice e immediata potrebbe trovarsi negli omicidi a sfondo discriminatorio, nella politica conservatrice, nell’assenza di diritti, nella discriminazione orizzontale.

Ma per meglio comprenderlo, bisogna fare un salto indietro di oltre cinquant’anni. Nel 1969, a New York, un controllo di polizia allo Stonewall Inn degenerò in una serie di proteste che segnarono una svolta storica. In un’epoca in cui essere omosessuali poteva significare perdere il lavoro, la famiglia o la reputazione, per la prima volta migliaia di persone decisero di non restare in silenzio ma di unirsi, diventare forti insieme perché singolarmente erano certamente fragili e vulnerabili.

Da quella notte nacque il moderno movimento per i diritti LGBTQ+.

Ed è qui che molti commettono un doppio errore: il primo è che credono debba servire un passato glorioso, che pure c’è. Il secondo, è che non ne conoscono le origini. Vedono i carri, i cori e i costumi più eccentrici, ma ignorano il motivo per cui quella manifestazione è nata.

Il Pride non nasce come una festa per esibirsi e manifestare al mondo la propria libera esistenza, bensì nasce come una protesta.

Per decenni e ancora oggi, milioni di persone hanno dovuto vivere nascondendo relazioni, identità e affetti. In molti Paesi era perfettamente legale discriminare gli omosessuali, se non addirittura arrestarli.

Eppure c’è un altro motivo per cui il Pride continua a dividere: perché tocca uno dei nervi più scoperti delle società moderne: la visibilità. Infatti, finché una minoranza resta invisibile, silenziosa, non reclama i suoi spazi e rumori, raramente genera dibattito. Quando invece diventa massivamente visibile e occupa lo spazio pubblico, diventa inevitabilmente oggetto di discussione. È successo alle donne che rivendicavano il diritto di voto, ai movimenti per i diritti civili negli Stati Uniti e a molte altre battaglie che oggi consideriamo normali ma che all’epoca erano giudicate provocatorie.

Il Pride produce esattamente questo effetto: rende visibile ciò che per lungo tempo è stato nascosto e ancora oggi molti vorrebbero fosse vissuto con “discrezione”.

Un’altra critica frequente riguarda il fatto che molti diritti siano già stati conquistati. Ma basta allargare lo sguardo oltre i confini occidentali per accorgersi che la situazione è molto diversa: in decine di Paesi, l’omosessualità continua a essere perseguita penalmente e milioni di persone vivono ancora sotto la minaccia di discriminazioni, violenze o esclusione sociale.

La verità è che il Pride continua a esistere perché il dibattito che lo circonda non è mai stato soltanto sull’orientamento sessuale: riguarda il concetto stesso di libertà individuale, chi può mostrarsi per ciò che è e chi viene invitato a essere più discreto, più silenzioso, meno visibile.

Ecco perché ogni anno le polemiche si ripetono identiche: non si discute davvero dei carri allegorici o delle bandiere, ma di cambiamento. E il cambiamento, da sempre, è una delle cose che la società teme di più.

Forse è proprio questo il segreto del Pride: dopo oltre mezzo secolo continua a essere una delle poche manifestazioni capaci di far parlare contemporaneamente sostenitori, critici, politici, opinionisti e cittadini comuni. Nel bene o nel male, riesce ancora a fare ciò che era nato per fare.

Fare rumore, caos… e sì, esibirsi nel massimo della liberta, lacerando schemi, linee rette e tradizionalismi calati dall’alto.

Marino Ceci

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