53 anni fa ci fu la prima chiamata con un cellulare e, proprio in queste settimane, è uscito un libro sul telefonino intitolato “Il diavolo in tasca”
Da circa due mesi in Italia circola un libro, “Il diavolo in tasca”, scritto dal giornalista Carlo Verdelli. Il titolo diventa emblematico nel momento in cui ci accorgiamo che “il diavolo” è, detto genericamente, il cellulare. Questa pubblicazione si intreccia con il primo processo giudiziario (che si sta tenendo in California) dove gli imputati sono i gestori di Instagram e Youtube, un’inchiesta che vuole dimostrare quanto queste due applicazioni (che “vivono” dentro i telefonini, semplice smartphone o iPhone che siano) creino dipendenza. Tutto ciò per negligenza degli stessi responsabili delle applicazioni. Quasi ogni giorno sentiamo opinioni relative alle conseguenze delle troppe ore passate davanti al cellulare. Questo strumento ha raggiunto una dimensione talmente assoluta da farci pensare che ormai ne siamo diventati prigionieri. Lo smartphone ha una rilevanza ampia, planetaria, mai raggiunta da altri generi commerciali. Mai un oggetto è riuscito a conquistare il mondo in così poco tempo, cambiando la vita delle persone.
Si parla di telefonino e si pensa ai giovani: ma la dipendenza vale anche per gli adulti, al punto che ormai questo oggetto è diventato il genere di riferimento di questo tempo, con conseguenze nella vita delle singole persone, nella collettività, nella politica, nelle relazioni, quindi nella vita sociale.
Proprio in questi giorni cade il 53° anniversario della prima chiamata con un cellullare. Era infatti il 3 aprile 1973 quando Martin Cooper, un ingegnere elettronico di Chicago, nonché detentore del brevetto “Radio Telephone System”, realizzò una telefonata in pubblico con un telefonino. Tutto ciò avvenne davanti a giornalisti e a gente comune. Il luogo di questa epocale “prima volta” fu una strada di New York. Anni dopo, quando il cellulare era ormai uno strumento assolutamente comune e famigliare nella società, Cooper commentò così quel 3 aprile: “la mia unica preoccupazione era che il telefono si accendesse, il nostro sogno era quello di dare alla gente la possibilità di comunicare muovendosi, perchè le persone per natura sono mobili. Era scomodo comunicare con il vincolo di quelle gabbie di rame nelle nostre case che facevano da struttura alla telefonia fissa. Quella mobile la vedevamo come un gesto di libertà. Portatile, voleva dire libertà”.
Quindi, se 53 anni fa quella telefonata era simboleggiata come “un gesto di libertà”, oggi il cellulare è visto come una gabbia, invisibile, ma vincolante.
Con quel 3 aprile 1973 iniziò una nuova epoca della comunicazione; non era tanto l’idea dello strumento in sé (il cellulare) quanto quella di poter parlare al telefono con un altra persona, passeggiando per strada.
E chi chiamò in quella prima telefonata “mobile” l’ingegner Copper?: “Allora io ero alla Motorola -raccontò nel 2012- e chiamai Joel Engel, responsabile della AT&T, la nostra diretta concorrente”.
E dall’altra parte ? Quale fu la reazione?
“Dapprima un silenzio di incredulità -confidò l’ingegnere- però poi io e Engel abbiamo parlato cordialmente per alcuni minuti, ma credo che provasse fastidio”.
Il primo telefonino si chiamava Dyna-Tac, pesava un chilo e mezzo, aveva una batteria che durava 30′ e ci volevano ben dieci ore per per caricarla.
Occorre sottolineare un aspetto: il concetto generale di comunicazione radiotelefonica risale al 1957, quando l’ingegnere russo Leonid Ivanovic Kuprijanovic realizzò l’LK-1, un telefono con un raggio d’azione di 20-30 Km, con due antenne e i tasti per comporre il numero. L’opera del Kuprijanovic fu soffocata da un regime sovietico già poco propenso a divulgare proprie invenzioni, figuriamoci se in tema di comunicazione. Cooper invece ebbe la strada libera, in un mondo occidentale che agevolò non poco la sete di innovazione tecnologica, che caratterizzava l’estro creativo di quest’ultimo.
E questa sete di innovazione ormai ha creato un nuovo oggetto, una nuova “droga” da cui dipendere, una “droga” con i tasti e le App, una droga che istiga all’isolamento.
Fabio Buffa


