Classe 1979, cresce tra Olevano Romano e Bellegra, in provincia di Roma. Laureato in Scienze Naturali con un Dottorato in Biologia Animale alla Sapienza Università di Roma, è abilitato come Agrotecnico laureato.
Nasce in una famiglia di cacciatori “a tutto sesto” e ne segue le orme fino all’età di 18 anni. Successivamente, pregiudizi e stereotipi, anche all’interno dell’ambiente accademico che frequentava con dedizione, generano una cesura di diversi anni, frutto di anche di quell’ostilità preconcetta diffusa nell’università verso l’attività venatoria.
Lo spartiacque arriva con il corso di Zoologia dei Vertebrati del Prof. Luigi Boitani, equivalente a ciò che negli Stati Uniti è il Wildlife Management. È l’unico esame del percorso universitario che affronta la gestione faunistica e la sostenibilità del prelievo venatorio come pratica coerente con la conservazione, e non come una deviazione.
Il manuale sugli Ungulati di Franco Perco, suggerito tra le letture del corso, consolida questa visione. Nei libri e poi di persona, Milana scopre un maestro: Perco, zoologo e cacciatore, rappresenta una sintesi rara di scienza e ars venandi. La caccia ben gestita è, a tutti gli effetti, una ruota dentata dell’ingranaggio conservazione della natura. Anni dopo, insieme allo stesso Perco e ad altri autori, contribuirà alla stesura del Manifesto di Trieste sulla Caccia, che delinea un futuro fondato sulla gestione.
Dopo il dottorato, approda in Sardegna per uno studio sui micromammiferi come bioindicatori dell’impatto antropico presso il Poligono Militare del Salto di Quirra grazie al prof. Mauro Cristaldi. Qui incontra Manuela Lai, oggi sua moglie, anche lei naturalista.
Continua a frequentare la Sardegna collaborando, con Luca Luiselli (General Ecologist) e Giovanni Amori (Presidente Onorario dell’Associazione Teriologica Italiana e dell’Istituto di Ricerca sugli Ecosistemi Terrestri del CNR), a un progetto della Regione sul monitoraggio dei piccoli mammiferi in relazione alla gestione forestale.
In quegli anni percorre l’isola in lungo e in largo. Partecipa alle braccate in Ogliastra e, ottenuta finalmente la licenza di caccia, vive un momento indelebile: per la prima volta suo padre gli dice «Bravo», durante una caccia al fagiano dopo aver colpito “di stoccata” una femmina fermata dal vecchio cane di casa.
Non abbandona la ricerca: sotto la supervisione di Amori svolge 30 mesi da assegnista al CNR, studiando gli effetti dei cambiamenti climatici sui micromammiferi.
Si forma come selecontrollore presso la Scuola Forestale di Latemar in Trentino, considerata una vera “Università della Caccia”. Con il docente Marco Franolich approfondisce i modelli virtuosi mitteleuropei per la gestione degli ungulati, colmando la distanza tra teoria e prassi.
Il cane da ferma, retaggio familiare, resta comunque un amore profondo. Si abilita come monitoratore per la beccaccia e, in questo percorso, incontra Paolo Pennacchini (Presidente FIBEC e FAMBO Delegazione Europea), un altro incontro decisivo. Milana sottolinea i grandi progressi della categoria nei censimenti e nella raccolta dati, sia sulla stanziale che sulla migratoria. Emblematico il “Progetto Ali della Beccaccia”: una semplice foto dell’ala consente di distinguere un giovane da un adulto. Se a fine stagione la maggior parte dei capi prelevati è composta da giovani, significa prelevare gli interessi senza intaccare il capitale.
Nel mondo dei social si dedica alla comunicazione venatoria, analizzando criticamente le derive della categoria, distinguendo nettamente tra cacciatore e bracconiere e introducendo concetti ormai riconosciuti a livello europeo: contrastare la caccia illegale significa proteggere biodiversità ed ecosistemi.
La sua visione della conservazione affonda però le radici anche nella tradizione culturale della wilderness. In qualità di Vicepresidente dell’Associazione Italiana per la Wilderness, Milana richiama spesso il pensiero di Aldo Leopold e Henry David Thoreau: la natura come luogo di responsabilità etica, di misura, di autonomia dei processi ecologici. Una visione in cui l’uomo non è antagonista, ma parte del paesaggio, custode più che dominatore.
Questi riferimenti filosofici e scientifici si intrecciano nella sua idea di caccia: un uso sostenibile della fauna che riconosce il valore intrinseco degli ecosistemi e il ruolo dell’essere umano come gestore consapevole.
Nella storia dell’umanità si sono susseguite, alternate o hanno coesistito due cacce parallele::
- la cosiddetta caccia “ricreativa” – termine che Milana poco tollera – regolamentata da calendari, piani di gestione e censimenti, che non ha mai estinto specie;
- la caccia di sussistenza, spesso dannosa per le popolazioni animali: «Se ho fame, poco importa se quello che ho davanti è l’ultimo individuo di una specie».
Come insegnava Perco, “La caccia è la conquista avventurosa di un soggetto faunistico” definizione cara a Milana ma che aggiunge sempre che: “la caccia è principalmente lo sfruttamento sostenibile di una risorsa rinnovabile, la fauna.
Il prelievo venatorio è, in termini scientifici, la rimozione degli interessi di una popolazione senza intaccarne il capitale. Si sostituisce alla morte naturale di animali evoluti per essere prede e, grazie agli strumenti gestionali, può essere calibrato per accrescere, ridurre o stabilizzare una popolazione.
La risorsa ottenuta è di qualità indiscutibile: organoletticamente superiore, etica, a chilometro zero, senza sprechi idrici né emissioni di CO₂, a basso contenuto di grassi.
La visione secondo cui la caccia regolamentata rappresenti una forma sostenibile di uso della fauna è perfettamente allineata con l’impianto europeo e con l’Agenda ONU 2030:
- OSS 15 – Vita sulla Terra: tutela della biodiversità e gestione duratura delle risorse naturali;
- OSS 12 – Consumo e produzione responsabili: dal produttore al consumatore.
Laura Tenuta


