Tra le colline che guardano il Golfo di Gaeta tra il Lazio e, la Campania, dove il sole scalda la terra vulcanica e il vento del mare accarezza i filari, nasce uno dei vini più leggendari della storia: il Falerno. Un nome che attraversa i secoli, evocando banchetti imperiali, versi poetici e rinascite enologiche.
Dall’antica Roma al mito
Il Falernum vinum era, già in epoca romana, il vino più pregiato dell’Impero.
Coltivato sul Monte Massico, nell’attuale Campania settentrionale, il Falerno aveva una reputazione straordinaria: lo bevevano Cesare e Augusto, ne parlavano Orazio, Virgilio, Plinio il Vecchio.
Era un vino bianco – anche se Plinio accenna anche a una versione rossa – forte, alcolico, capace di migliorare con l’invecchiamento. Secondo alcune fonti, si consumava solo dopo vent’anni, quando sviluppava complessità e forza. Le sue botti (dolia) erano conservate con cura nelle cantine di Roma, ed era servito nelle occasioni più solenni.
Il segreto? Il suo terroir vulcanico, l’esposizione al sole e la sapienza contadina già allora molto evoluta.
L’oblio e il ritorno
Con la caduta dell’Impero Romano, anche il Falerno cadde lentamente nell’oblio.
Le invasioni barbariche, i cambiamenti climatici e l’abbandono delle campagne fecero scomparire le antiche vigne. Per secoli, del Falerno restarono solo i racconti, quasi leggendari, dei cronisti latini.
A partire dal Novecento – e soprattutto dagli anni Ottanta in poi – viticoltori campani hanno iniziato un lavoro di riscoperta, recuperando vitigni autoctoni come Aglianico, Piedirosso e Falanghina, storicamente legati a quell’area.
Nasce così il moderno Falerno del Massico DOC, riconosciuto nel 1989: un vino che guarda al passato, ma con tecniche moderne e attenzione alla qualità.
Il Falerno oggi
Oggi il Falerno del Massico è prodotto in una piccola zona collinare tra i comuni di Sessa Aurunca, Falciano del Massico e Carinola. Si presenta in due versioni principali:
- Rosso, da uve Aglianico e Piedirosso: corposo, speziato, ottimo per l’invecchiamento.
- Bianco, da uve Falanghina: fresco, minerale, con note di frutta matura e fiori bianchi.
È un vino che accompagna con eleganza i piatti della cucina mediterranea: dalla carne alla brace fino ai formaggi stagionati, passando per zuppe e piatti di mare più strutturati.
Il Falerno del Massico resta oggi poco conosciuto all’estero, nonostante la sua importanza storica e la notevole qualità dei vini prodotti.
Gli appassionati di storia romana ricordano il celebre vino Falernum dell’antichità, ma non sempre lo collegano al moderno Falerno del Massico DOC: il mito è noto, ma il suo erede contemporaneo fatica ancora a imporsi nel panorama internazionale.
Il vino è presente in mercati come Germania, Stati Uniti, Regno Unito e Svizzera, ma solo in piccole quantità, distribuite da importatori di nicchia o attraverso e-commerce specializzati. A differenza di altri rossi campani più affermati, come il Taurasi o il Lacryma Christi, non gode ancora di una vera diffusione nei ristoranti o nelle enoteche internazionali.
In sintesi, il Falerno del Massico è ancora un tesoro nascosto, apprezzato da una nicchia di conoscitori ma con un potenziale internazionale straordinario. Con un adeguato lavoro di promozione e valorizzazione culturale, potrebbe diventare uno dei simboli della rinascita enologica dell’Italia meridionale.
Bere un calice di Falerno oggi significa entrare in contatto con un’eredità millenaria.
È un vino che non si limita a raccontare il gusto, ma evoca un paesaggio, una civiltà, un modo di intendere il tempo e la vita.
Rosa Maria Garofalo


