È In un tempo in cui la guerra torna a essere linguaggio quotidiano, scegliere la legalità non è debolezza. È l’unica forma possibile di responsabilità.
C’è un principio scolpito nella nostra Costituzione che troppo spesso viene citato con leggerezza e disatteso nei fatti: l’Italia ripudia la guerra. Non la limita, non la giustifica, non la interpreta. La ripudia. È un impegno giuridico e morale insieme, che trova eco nella Carta delle Nazioni Unite e nel diritto internazionale. Eppure, di fronte all’ennesima escalation militare in Medio Oriente, questo principio sembra essere diventato un fastidioso ricordo più che una bussola.
Il nuovo attacco condotto da Israele e dagli Stati Uniti contro l’Iran si inserisce in una traiettoria pericolosa, che ha ormai superato la soglia dell’eccezionalità per diventare prassi. Un’azione che appare, sotto molteplici profili, illegale, insensata e ingiustificabile. Non solo per le sue conseguenze immediate, ma per il precedente che contribuisce a consolidare: quello di un ordine internazionale in cui la forza prevale sulla legge.
La Carta delle Nazioni Unite parla chiaro. L’articolo 2 impone agli Stati di astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica di qualsiasi altro Stato. Non è una raccomandazione, ma una norma fondativa dell’ordine internazionale nato dopo la Seconda guerra mondiale. Violare questo principio significa erodere le basi stesse della convivenza tra le nazioni.
Eppure, negli ultimi mesi, si è assistito a una sequenza impressionante di operazioni militari: dai bombardamenti in Yemen nel marzo 2025, agli attacchi in Iran nel giugno dello stesso anno, fino alle operazioni in Qatar, Siria e Nigeria nei mesi successivi. Un’escalation che si accompagna al dramma continuo di Gaza e della Cisgiordania, dove la popolazione palestinese continua a pagare un prezzo altissimo in termini di vite umane e diritti fondamentali.
A questo quadro già drammatico si aggiunge un conflitto che da anni lacera il cuore dell’Europa: la guerra tra Russia e Ucraina. Un conflitto che ha segnato il ritorno della guerra su larga scala nel continente, riportando distruzione, vittime civili e una pericolosa normalizzazione del linguaggio bellico anche nelle democrazie occidentali. Anche in questo caso, al di là delle responsabilità politiche e storiche, ciò che emerge con forza è il fallimento della comunità internazionale nel prevenire, contenere e soprattutto risolvere il conflitto attraverso strumenti diplomatici efficaci.
Di fronte a questo scenario, il silenzio – o peggio, l’indifferenza – diventa complicità. Non si tratta di schierarsi ideologicamente, ma di riaffermare un principio di legalità: nessuno è al di sopra della legge internazionale. Chi decide di ricorrere alla guerra deve rispondere delle proprie azioni. E chi non condanna apertamente queste violazioni contribuisce a normalizzarle.
Esistono strumenti – giuridici, diplomatici, economici – che devono essere utilizzati con coerenza e determinazione.
Rimettere al centro il ruolo delle Nazioni Unite non è un esercizio retorico, ma una necessità urgente. Solo un sistema multilaterale forte può arginare la deriva verso un mondo governato dalla legge del più forte.
Ripudiare la guerra, oggi più che mai, significa difendere il diritto, la giustizia e la dignità dei popoli. Significa rifiutare l’idea che la violenza sia uno strumento inevitabile della politica internazionale. E significa ricordare, con fermezza, che chi non lo fa si pone fuori non solo da un principio etico, ma da un preciso dettato giuridico.
Bruno Cimino


