Board of Peace: cos’è, come funziona, chi vi partecipa e perché suscita critiche. Origini, obiettivi e contrasti del nuovo organismo internazionale.
Il Board of Peace è un’organizzazione internazionale creata nel 2026 su iniziativa del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, con l’obiettivo dichiarato di promuovere stabilità, ricostruzione e una pace duratura nelle aree colpite da conflitti, a partire dalla Striscia di Gaza.
Non è un’agenzia ONU, né un organismo multilaterale tradizionale: si tratta di una struttura autonoma, con regole proprie e una forte centralizzazione del potere decisionale.
Per quanto riguarda la sua funzione, secondo lo statuto e le dichiarazioni ufficiali, il Board di Peace mira a:
- Supervisionare il cessate il fuoco e la stabilizzazione post-bellica.
- Coordinare la ricostruzione delle infrastrutture civili e istituzionali.
- Restaurare un governo legittimo e affidabile nelle aree coinvolte.
- Gestire risorse economiche ingenti: nella prima riunione sono stati annunciati oltre 17 miliardi di dollari complessivi tra contributi degli Stati membri e degli USA.
In prospettiva, l’organismo ambisce a intervenire anche in altri scenari di crisi globale.
Il Board of Peace è composto da Stati invitati dagli Stati Uniti, che firmano lo statuto su invito diretto. Tra i partecipanti figurano:
- Paesi del Medio Oriente (Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia);
- Altri partner come Argentina e Ungheria;
- Paesi osservatori, tra cui l’Italia, rappresentata dal ministro degli Esteri Antonio Tajani.
La decisione dell’Italia di partecipare al Board of Peace in qualità di osservatore ha sollevato una serie di criticità politiche, diplomatiche e strategiche. Pur non comportando un impegno formale vincolante, la presenza italiana è stata percepita come una scelta delicata, soprattutto per il contesto geopolitico e per la natura stessa dell’organismo.
Essere “osservatore” significa non avere diritto di voto né potere decisionale, ma comunque legare il proprio nome a un’iniziativa fortemente caratterizzata dagli Stati Uniti. Questo ha generato dubbi su:
- quanto l’Italia possa realmente incidere sulle decisioni;
- se la partecipazione rischi di essere solo simbolica, ma con costi politici reali.
La partecipazione italiana è stata criticata da:
- movimenti pacifisti;
- associazioni filo-palestinesi;
- alcuni partiti politici.
Le critiche si concentrano sull’idea che l’Italia possa apparire schierata in un contesto estremamente sensibile, senza un chiaro ritorno diplomatico.
Manuela Margilio


