Ci sono luoghi in cui la stratificazione di una città si mostra senza pudore, quasi a
voler ricordare ai passanti che il presente è solo l’ultimo capitolo di una storia
lunghissima. A Torino, questo luogo ha il colore caldo del mattone romano e il profilo
imponente delle torri della Porta Palatina.
Duemila anni di resistenza: una breve storia
Nata nel I secolo a.C. come Porta Principalis Sinistra, l’opera faceva parte della cinta
muraria della colonia romana Augusta Taurinorum. Da qui si usciva verso nord, in
direzione di Milano. Strutturalmente si presentava (e si presenta tuttora) come un
interturrium: un blocco centrale lungo circa venti metri, scandito da finestre ad arco e
stretto tra due imponenti torri poligonali a sedici lati.
Nel corso dei secoli, la Porta ha rischiato più volte di sparire. Se nel Medioevo si trasformò
in un fortilizio (il Castrum Portae Palatii), all’inizio del Settecento rischiò la demolizione
nell’ambito dei piani di rinnovo urbanistico della città. A salvarla dall’abbattimento fu
l’architetto di corte Antonio Bertola, che convinse il duca Vittorio Amedeo II del suo
inestimabile valore storico. Archiviata la funzione difensiva, divenne persino un carcere
femminile nell’Ottocento, prima che i restauri d’inizio Novecento ne isolassero finalmente
la struttura, restituendola alla sua purezza romana.
Nel cuore della Torino di oggi
Oggi la Porta Palatina non è per niente un fossile protetto da una teca, ma un elemento vivo, pulsante e perfettamente integrato nel tessuto urbano.
Si trova a pochissimi passi dal Duomo di San Giovanni Battista e da Piazza Castello, fungendo da cerniera ideale tra il centro storico più istituzionale e la vibrante vivacità multietnica del quartiere Aurora e del mercato di Porta Palazzo.
Il contrasto visivo che si offre agli occhi del visitatore è unico: l’austera monumentalità
romana dialoga quotidianamente con il viavai dei torinesi, i caffè all’aperto, il passaggio dei
tram e le linee barocche della vicina cupola della Sindone. È un punto di passaggio
obbligato, un luogo d’incontro e uno degli scorci più fotografati e iconici dell’intera città.
Le due statue bronzee poste davanti alla porta, raffiguranti Cesare Augusto e Giulio Cesare, non sono reperti romani originali. Si tratta, infatti, di copie messe negli anni Trenta del Novecento, durante il ventennio fascista, nel corso di un massiccio intervento di sventramento e isolamento dell’area circostante.
Il Parco Archeologico: un polmone di storia
La vera svolta contemporanea per la valorizzazione dell’intera area è arrivata con la
nascita del Parco Archeologico delle Porte Palatine, inaugurato nel 2006 in occasione dei Giochi Olimpici Invernali. Questo radicale intervento urbanistico ha permesso di
pedonalizzare interamente la zona, liberandola dal traffico automobilistico e
trasformandola in un’ampia oasi verde pubblica che incornicia e protegge i resti
archeologici.
Passeggiando sui prati curati del parco, oltre alla maestosa Porta, si possono scorgere i resti delle antiche fondamenta murarie e le vestigia del teatro romano adiacente. Questo spazio ha restituito ai cittadini e ai turisti un luogo prima soffocato, trasformandolo in un museo a cielo aperto dove la storia millenaria di Torino si può letteralmente calpestare e vivere ogni giorno, tra un momento di relax, una passeggiata e una lettura all’ombra delle torri.
Nota per i lettori: nell’uso comune si parla al singolare di “Porta Palatina” per identificare il monumento nella sua unità. L’istituzione del Parco Archeologico ha però ripristinato il plurale storico “Porte Palatine”, che descrive l’insieme dei quattro varchi d’accesso dell’antica Augusta Taurinorum e l’intera area monumentale circostante.

Rosa Maria Garofalo


