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Ambiente & Società

Sotto pressione: l’Unione Europea tra ambizione e compromesso sul target 2040

Quando, nella notte più lunga di Bruxelles, i ministri dell’Ambiente dell’Unione Europea hanno battuto in ritirata dopo 24 ore di negoziati e raggiunto un accordo sul target climatico per il 2040, non è stato soltanto un voto: è stata l’immagine plastica di una battaglia tra visione e realismo. Da un lato, l’esigenza di uno scatto storico verso la transizione ecologica. Dall’altro, la pressione dei Paesi più vulnerabili alle crisi energetiche, industriali e geopolitiche.

L’obiettivo: -90% entro il 2040

Sul tavolo c’era un numero: ridurre le emissioni nette di gas serra del 90% entro il 2040 rispetto ai livelli del 1990. Per molti, questo obiettivo è il vero termometro della volontà dell’UE di tenere fede all’Accordo di Parigi e di presentarsi con un profilo credibile alla prossima COP30 in Brasile. Ma la vera sfida non era il numero: era come metterlo in pratica, con quali condizioni, in che tempi, per chi. A rendere possibile l’accordo è stata la piega che i negoziatori hanno imposto alla proposta originale. Al cuore del compromesso: una clausola di revisione biennale, ogni due anni si valuterà lo stato dell’obiettivo in base ai progressi e alle condizioni economiche, e la possibilità di utilizzare crediti di carbonio internazionali fino al 5% dell’obiettivo. Ecco, qui si colloca il punto di rottura: da una parte, la volontà di non imbrigliarsi in promesse di cui non si sarebbe potuto garantire l’attuazione; dall’altra, l’accusa di aver messo in discussione una leadership forte per la lotta al riscaldamento globale.

L’Italia e il gruppo dei riluttanti: ora occhi alla COP30

Nel dramma delle ore lunghe, l’Italia non è stata solo spettatrice: ha guidato il fronte della minoranza di blocco, chiedendo maggiore flessibilità. Il ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha ottenuto che, nel testo finale, si potesse impiegare fino al 5% in crediti internazionali, rispetto alla proposta originaria della Commissione di circa 3%. La partita sui biocarburanti e sul rinvio dell’ETS 2 (il mercato europeo delle emissioni per edifici e trasporti) è stata decisiva. Visto dall’esterno, il risultato può sembrare una vittoria: l’UE ha un numero, un impegno da mostrare. Ma dentro la sala dei ministri, e nei corridoi delle istituzioni, si avverte il fruscio del compromesso: “90% entro il 2040, ma forse solo l’85% se si usano tutti i flexi”. Per la COP30 sarà un passaggio fondamentale: sarà chiaro se l’Unione intende guidare o inseguire; se vuole essere “forza trainante” o “porta d’uscita” della transizione.

Quale futuro per l’Europa verde?

Ora che la carta è stata stesa, il vero gioco comincia. L’Unione dovrà dimostrare di saper trasformare l’impegno in azione, garantendo investimenti industriali e infrastrutturali capaci di rendere concreti gli obiettivi fissati. Allo stesso tempo, sarà necessario trovare un equilibrio delicato tra ambizione climatica, competitività economica e consenso sociale, evitando che la transizione diventi terreno di scontro. Fondamentale sarà anche il monitoraggio costante dei progressi, con la revisione biennale a fare da bussola per correggere la rotta e impedire che l’obiettivo resti solo sulla carta. L’accordo del 2040 rappresenta dunque una soglia simbolica: la punta dell’iceberg di ciò che l’Europa potrà, o non potrà, realizzare nei prossimi decenni.

Riccardo Pallotta

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