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Quella luce tra le tenebre nella vita di Etty Hillesum

Gli otto quaderni scritti ai tempi delle ordinanze naziste

“L’odio non intacca il grande splendore del mondo. Anzi ogni elemento – lutto e sapienza, dolore e felicità, crudeltà e tenerezza, vulnerabilità e salute – fa parte di un unico, potente insieme”. Questo il messaggio, distillato in otto quaderni fitti scrive la giornalista e scrittrice Grazia Livi a proposito di Etty Hillesum che, come Anna Frank, ha scritto una cronaca quotidiana della sua vita in uno dei contesti più terrificanti della storia. Seguendo le tracce disseminate nel volume della Livi dall’evocativo titolo “Narrare è un destino”, Etty era “una bionda ragazza olandese ebrea, nata in una famiglia studiosa e colta, ma non era una vittima destinata a sparire”.

Una citazione, questa, apparentemente in contrasto con il destino riservatole: la Hillesum infatti perse la vita nel campo di sterminio di Auschwitz nel novembre del 1943. Eppure nonostante la tragica pagina della storia Etty, stando a quanto riferisce la Livi, ha un temperamento attivo ed esuberante, studia lingue slave, dà lezioni, traduce dal russo, oltre ad interessarsi di filosofia, poesia e psicoanalisi. Una mente non comune, la sua, che non le impedisce di aprire il suo cuore al dott. Spier, maturo psicologo allievo di Jung. Al contempo si impiega, come dattilografa, nel Consiglio Ebraico dove, scrive Livi, “deve fare il suo dovere quotidiano in una sorta di inferno”. Sono infatti i tempi della morsa nazista che accerchia isola e segrega.

E’ lei ad annotare il minaccioso infittirsi di ordinanze naziste. Gli ebrei non possono salire sui mezzi pubblici, devono consegnare le biciclette, hanno l’obbligo di portare la stella gialla appuntata sul petto. Inoltre non devono fare gite in campagna, sono esclusi dai bar e dagli alberghi. Anche i giardini e i negozi sono a loro preclusi. “Dappertutto divieti – annota Etty – a volte ho come la sensazione di sfasciarmi sotto un peso enorme”. Invece Livi evidenzia come Etty riesca, nonostante tutto, a trascrivere a fronteggiare le avversità anche dopo la perdita del suo dott. Spier. “Come impiegata del Consiglio Ebraico – scrive Livi – lei avrebbe il permesso di prolungare il soggiorno ad Amsterdam ma lei, nonostante i tentativi di dissuaderla da parte di amici e parenti, si “prepara al suo ultimo viaggio”.

Il treno la condurrà al campo di lavoro di Westerbork nell’agosto del 1942 e lì vi rimarrà per un duro lungo anno. Nella realtà che lei definisce “da topi di fogna” è quasi impossibile intravedere “un barlume di cielo”, ma lei sembra essere abitata da una intensa luce interiore. “I radi superstiti – è sempre Livi a scrivere – ricordano Etty come una presenza viva che non cessa di diffondere equilibrio, aiuto, parole di dolcezza e incoraggiamento”. Parole che sembrano rispecchiare la voce guida che le fu d’ispirazione: “D’ora in avanti il mio fare consisterà nell’essere”. Un essere che dovrà passare per il fuoco dell’inferno in terra. Emblematiche le sue parole a tale riguardo: “Tutti i paesaggi sono in me, ho tanto posto ora, in me c’è la terra e c’è anche il cielo. […] Il mio inferno non lo vivrò mai più. L’ho già sperimentato una volta”.    

Maria Teresa Biscarini

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