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L’Abbazia di Vallombrosa tra opere d’arte e natura

Una natura stupenda di abeti, faggi e cerri, un clima particolarmente fresco e gradevole d’estate e un tripudio di avvolgenti colori autunnali accolgono il visitatore che giunge a Vallombrosa, un vero angolo di Paradiso nel comune di Reggello, in provincia di Firenze. Posta sulle pendici nord del Massiccio del Pratomagno, ad un’altitudine di circa mille metri, tra la valle del Casentino e la zona del Valdarno, la località sorge all’interno dell’omonima foresta, ricca di sorgenti d’acqua e di una variegata fauna, una riserva che ospita un arboreto sperimentale tra i più noti d’Europa.
All’interno di questa cornice rilassante e corroborante, si può ammirare l’omonima Abbazia sorta al posto di una semplice capanna di legno realizzata dal nobile fiorentino Giovanni Gualberto il quale, divenuto monaco ed abbandonati lusso e ricchezze, nel 1008, si era allontanato assieme ad un compagno dal monastero di San Miniato di Firenze in cerca di un luogo adatto al raccoglimento ed alla preghiera, lontano dalla corruzione e dalla simonia della curia fiorentina.
Dopo un incontro con San Romualdo, fondatore dell’eremo di Camaldoli, Gualberto si recò in una località denominata “Acquabona”, per la presenza di acque sorgive o “Cerretaia”, per i molti boschi di cerro dove si trovava un piccolo romitorio: qui furono erette le prime celle di legno per i nuovi seguaci, alcuni dei quali conducevano una vita solitaria. Il nome Vallombrosa, come è conosciuta ai nostri giorni, è relativamente recente. Da questa piccola comunità nacque il nuovo ordine dei Vallombrosani, una costola della famosa regola benedettina dell’“Ora et labora”.

Nell’anno 1036, iniziarono i lavori per la realizzazione in muratura delle celle e dell’oratorio, ma di questa chiesa arcaica si perdono le tracce già nel XIII secolo quando fu aggiunto il campanile e nel XV con l’ampliamento del monastero. Successivamente fu costruita una torre difensiva, seguita dalle mura nel XVII secolo e dal laghetto per l’allevamento e la pesca delle trote nel 1700. L’imponente costruzione, dominata dalla torre e dal campanile duecentesco, rammenta l’aspetto di un castello. Nonostante le opere di rinnovamento, il tentativo di adornarla in stile barocco e la facciata secentesca di Gherardo Silvani (Firenze, 1579 – 1675), l’Abbazia ha sempre mantenuto la sua austerità medievale con il fascino di mistero che l’avvolge.
Degni di nota sono un bassorilievo robbiano nel vestibolo del refettorio e ben quindici tele di Ignazio Hugford (Pisa, 1703 – Firenze, 1778) al suo interno. Il coro ligneo della chiesa fu intagliato e intarsiato, tra il 1444 e il 1446, da Francesco di Nanni da Poggibonsi mentre è stato attribuito alla bottega del Ghirlandaio (Firenze, 1448 – 1494) il dipinto dedicato a San Giovanni Gualberto, commissionato dai monaci dopo il 1485. La pala d’altare “Assunzione della Vergine” del Perugino (Città della Pieve, 1448 circa – Fontignano, 1523) è oggi conservata presso la Galleria dell’Accademia di Firenze, mentre la “pala d’altare vallombrosana”, dipinta da Andrea del Sarto (Firenze, 1486 – 1530) per l’Eremo delle Celle, si trova presso la Galleria degli Uffizi.

Fanno parte di questo splendido complesso una biblioteca, cuore pulsante di molti monasteri, la farmacia in cui si producevano medicine ed elisir e dove si possono acquistare diverse varietà di miele, caramelle ed altre specialità e il museo del 2006 che espone numerose opere artistiche, vesti religiose, dipinti, libri e manoscritti illustrati, oggetti di uso quotidiano, come vasellame e missali.
Oltre al complesso principale, vi sono diverse cappelle, tabernacoli e croci, sparsi nella foresta, che si riferiscono a particolari episodi della vita del fondatore Gualberto.
Un luogo di siffatta bellezza non poteva non ispirare grandi artisti, poeti e scienziati di tutti i tempi. Tra questi ricordiamo, solo per citarne alcuni, il poeta inglese John Milton (Londra, 1608-1674) che, paragonando Vallombrosa al paesaggio dell’Eden, esercitò un suggestivo fascino sui conterranei facendola entrare negli itinerari e nei diari di viaggio dei visitatori dell’epoca. Numerosi furono gli illustri scrittori che si inerpicarono nel fitto della vegetazione, attraverso un percorso tortuoso e disagevole, sulle tracce del Paradiso perduto. Forse non tutti sanno che Galileo Galilei (Pisa, 1564 – Arcetri, 1642), sin dall’inizio della sua carriera di studioso, ebbe un rapporto stretto e costante con Vallombrosa ed i monaci dell’Ordine. Ludovico Ariosto (Reggio Emilia, 1474 – Ferrara, 1533), nell’ Orlando Furioso, Canto XXII, la menzionò quale luogo ideale per il battesimo del guerriero pagano Ruggiero necessario per poter sposare la bella e valorosa Bradamante. Gabriele D’Annunzio (Pescara, 1863 – Gardone Riviera, 1938) evocò questo posto suggestivo in un frammento delle Laudi Libro primo: Maia.
Tali siti hanno, inoltre, probabilmente ispirato le malinconiche melodie di Fryderyk Chopin (Zelazowa Wola, 1810 – Parigi, 1849), qui in visita con la scrittrice George Sand.
Mentre folle di turisti moderni avanzano alla ricerca del tempo perduto risuonano imperituri gli echi del vento che soffia tra i boschi incantati di Vallombrosa.

Bruna Fiorentino

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