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Ambiente & Società

COP30 di Belém: il vertice che ha lasciato il mondo in sospeso

La COP30 di Belém si chiude con un compromesso: nessun accordo sui fossili, più fondi per i paesi vulnerabili e protagonismo delle comunità indigene.

A Belém, Brasile, lo scorso 21 novembre 2025 si è chiusa la trentesima Conferenza delle parti sul clima. La sensazione è che qualcosa di importante sia stato trattenuto, come se il traguardo fosse lì, a pochi passi, ma rimandato ancora una volta. Per due settimane, oltre 190 delegazioni hanno trasformato la capitale amazzonica nel centro politico della lotta al cambiamento climatico, con l’obiettivo dichiarato di raggiungere un accordo globale credibile sulla fine dell’era dei combustibili fossili. Molti osservatori consideravano Belém il momento in cui la diplomazia climatica avrebbe dovuto imprimere una svolta netta. Ma la realtà è stata più complessa.

Il Brasile, Paese ospitante, aveva alimentato aspettative alte. La COP30 doveva diventare la COP dell’Amazzonia, della transizione giusta, della diplomazia inclusiva. Il governo aveva promesso un’agenda ambiziosa in grado di conciliare sviluppo, tutela ambientale e diritti delle popolazioni locali. La foresta pluviale, che circonda la città e ne definisce l’identità, era diventata simbolo e metafora della sfida globale: proteggere ciò che resta per salvare ciò che sarà.

Il lato positivo dell’aumento di fondi per i Paesi più vulnerabili

Alla prova dei fatti, però, il documento finale, chiamato “Mutirão Decision”, si è rivelato un compromesso. Il testo ribadisce l’urgenza di accelerare la transizione energetica e annuncia un incremento dei fondi per l’adattamento destinati ai paesi più vulnerabili, una misura accolta positivamente da molte nazioni africane e dagli Stati insulari minacciati dall’innalzamento dei mari. Ma la delusione arriva sul punto più atteso: l’eliminazione graduale dei combustibili fossili non compare. Nessun riferimento vincolante al phase-out, nessun calendario, nessun impegno che costringa davvero i governi a cambiare rotta.

Le ragioni di questo passo indietro sono tutte politiche. La COP30 ha messo in luce divisioni profonde tra i Paesi esportatori di petrolio e gas, determinati a frenare qualunque impegno che limiti il loro modello economico, e i paesi più vulnerabili agli impatti climatici, che da anni chiedono azioni immediate e concrete. A guidare il fronte più ambizioso sono state l’Unione Europea e oltre 80 stati, tra cui molte piccole nazioni insulari. A frenare, invece, Stati Uniti, grandi produttori di petrolio del Medio Oriente e alcune economie emergenti ancora fortemente legate ai combustibili fossili. Il risultato è stato un testo giudicato da ONG e climatologi come “timido” e “insufficiente”.

Ma Belém non è stata solo negoziati e diplomazia. Per molti aspetti, la COP30 ha rappresentato un palco inedito per le comunità indigene dell’Amazzonia, protagoniste nei padiglioni ufficiali e nei forum paralleli. Le loro voci, spesso ignorate nelle precedenti conferenze, hanno mostrato al mondo che la crisi climatica è anche una questione di diritti, di territori, di identità. Un messaggio che ha lasciato un’impronta politica significativa, forse il lascito più autentico di questo vertice.

Un’occasione mancata e un sostanziale rallentamento

Il bilancio complessivo resta quello di un compromesso al ribasso. La soglia di 1,5°C rimane in pericolo, e il divario tra scienza e politica sembra ancora difficile da colmare. Il processo multilaterale tiene, ma non accelera. Ora lo sguardo è rivolto alla COP31 in Turchia, nel 2026, chiamata a trasformare anni di promesse in impegni vincolanti. Perché la domanda che aleggia dopo Belém è semplice, e allo stesso tempo drammatica: quanto tempo resta ancora per passare dalle parole ai fatti?

Riccardo Pallotta

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