Quando si diventa portavoce di scomode verità e si deve decidere quali verità rivelare e quale tacere, il tutto in un intimo spettacolo
Come rivelare una verità scomoda?
E se a farlo, ci sono di mezzo due lingue? Si potrà così scegliere o dover decidere cosa dire, cosa omettere, e perché.
C’è una lettera, scritta in francese, che una madre rumena non riesce a comprendere. C’è una figlia, Valentina, che deve leggerla per lei. E c’è una verità difficile da pronunciare, che passa attraverso le parole, ma soprattutto attraverso i silenzi. È da questo punto di partenza che nasce Valentina, il nuovo lavoro della regista e drammaturga franco-vietnamita Caroline Guiela Nguyen, in scena al Teatro Argentina dal 16 al 19 ottobre, in collaborazione con il Romaeuropa Festival.
Nguyen costruisce uno spettacolo intimo e universale, che parla di linguaggio, identità e amore. Ma, più di ogni altra cosa, parla della verità — quella che si deve dire e quella che non si riesce a dire. Valentina non racconta grandi eventi, ma i piccoli terremoti quotidiani che cambiano per sempre le vite di chi li attraversa.
La scena è semplice, quasi domestica. Una cucina, una luce che filtra dalla finestra, e poche parole che diventano enormi. Valentina, giovane e fragile, è costretta a farsi interprete non solo di una lingua, ma di un destino. Tradurre, in questo caso, significa scegliere: quanto dire alla madre? Quanto proteggere, quanto ferire? Ogni parola pesa come una decisione morale, ogni silenzio diventa un gesto.
Nguyen ha una scrittura teatrale profondamente visiva, che intreccia le lingue — francese e rumeno — come fili di una stessa trama emotiva. I sovratitoli in italiano non disturbano, anzi accompagnano il pubblico dentro il ritmo del racconto. Sul palco, gli attori (tra cui Chloé Catrin e Loredana Iancu) recitano con naturalezza, mescolando il realismo del quotidiano alla forza della poesia.
Lo spettacolo dura novanta minuti, ma il tempo scorre in modo diverso, sospeso. Si ha la sensazione di assistere a qualcosa di fragile e vero, come una confessione a voce bassa. Le luci disegnano ombre morbide, il suono accompagna senza invadere, e le immagini proiettate sul fondo ampliano lo spazio della memoria. Tutto concorre a creare una dimensione intima, quasi cinematografica, dove la parola diventa corpo, respiro, emozione.
In Valentina, la regista mette in discussione il confine tra linguaggio e verità. Le parole, dice implicitamente, non bastano mai del tutto: servono a unire, ma possono anche ferire, mentire, nascondere. Eppure, sono l’unico strumento che abbiamo per tentare di capirci. È un teatro che parla di empatia e di coraggio, ma anche di paura — quella di chi sceglie il silenzio per non far male, e quella di chi, invece, decide di dire tutto.
Il pubblico, alla fine, resta in silenzio qualche secondo prima di applaudire. Perché Valentina non lascia indifferenti: colpisce nel punto esatto in cui la parola incontra la coscienza. Non ci sono eroi, solo persone normali alle prese con il peso della verità.
A fare da cornice a questa nuova produzione c’è uno dei luoghi più affascinanti della scena romana: il Teatro Argentina. Inaugurato nel 1732, è uno dei più antichi teatri d’Europa ancora in attività. La sua storia attraversa quasi tre secoli di arte e cultura: qui debuttò Il barbiere di Siviglia di Rossini, qui si sono alternati grandi nomi del teatro italiano e internazionale, da Goldoni a Strehler, da Ronconi a Martone.
Il suo interno, con la sala a ferro di cavallo, i velluti rossi e i palchi dorati, è una piccola macchina del tempo capace di evocare un’epoca in cui il teatro era il centro della vita cittadina. Ma l’Argentina non è rimasto fermo alla tradizione: oggi è il cuore pulsante del Teatro di Roma, insieme al Teatro India e al Torlonia, e ospita una programmazione che guarda con curiosità al nuovo, ai linguaggi contemporanei e ai registi europei che rinnovano la scena.
Sotto le sue fondamenta si trovano i resti della Curia di Pompeo, il luogo dove fu ucciso Giulio Cesare. Sopra, invece, ogni sera rivive la potenza della parola e del gesto. È un luogo che tiene insieme passato e presente, memoria e sperimentazione.
Per questo Valentina sembra fatta apposta per il Teatro Argentina: uno spettacolo sul linguaggio e sulla verità che trova casa in un teatro che, da quasi trecento anni, dà voce alla complessità umana.
Nel silenzio dopo l’ultimo applauso, tra le pareti dorate e le luci soffuse, resta sospesa una sensazione precisa: che dire la verità, sul palco come nella vita, non sia mai un atto semplice. Ma sia sempre, inevitabilmente, un atto d’amore.
Marino Ceci


