Tra biometano, recupero dei rifiuti tessili, bonifiche ambientali e innovazione industriale, i Premi PIMBY Green 2026 promossi da Assoambiente raccontano un’Italia che sceglie di costruire invece che rinviare.
Ci sono parole che negli ultimi anni sono state pronunciate così tante volte da aver perso parte del loro significato.
Transizione ecologica è una di queste. La si ritrova nei convegni, nei programmi politici, nelle strategie aziendali e nei documenti europei. Ma la vera domanda resta sempre la stessa: quando un principio diventa realtà?
La risposta, forse, non arriva dalle dichiarazioni d’intenti ma dai cantieri, dai laboratori, dalle industrie che cambiano pelle, dalle discariche che smettono di essere ferite aperte per trasformarsi in risorse, dai territori che scelgono di confrontarsi invece di alzare muri.
È proprio questa la fotografia restituita dall’edizione 2026 dei Premi PIMBY Green, promossi da Assoambiente con il Patrocinio del Ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica e dell’ANCI che hanno acceso i riflettori su sette esperienze italiane capaci di dimostrare che sostenibilità e sviluppo non sono concetti incompatibili, ma possono crescere insieme quando la progettazione incontra il dialogo e l’innovazione.
L’ambiente non si protegge con gli slogan
Per troppo tempo il dibattito ambientale italiano è rimasto intrappolato in una contrapposizione sterile. Da una parte chi invoca il cambiamento, dall’altra chi teme ogni trasformazione del territorio. Eppure, la sostenibilità non è immobilismo.
Proteggere l’ambiente significa anche costruire gli impianti necessari per recuperare materia, produrre energia pulita, ridurre le emissioni industriali, gestire in modo moderno i rifiuti e restituire vita a luoghi compromessi.
In questo senso il concetto stesso di PIMBY — acronimo di Please In My Back Yard — ribalta una logica che per anni ha dominato il nostro Paese, quella del “non nel mio cortile”. Non più il rifiuto preventivo verso qualsiasi infrastruttura, dunque, ma la disponibilità ad accogliere opere utili quando sono progettate con competenza, trasparenza e responsabilità verso le comunità.
Non è una semplice inversione semantica. È un cambio culturale.
L’Italia che innova esiste già
Guardando i progetti premiati emerge un filo conduttore sorprendente: non esiste una sola strada verso la transizione ecologica.
C’è chi lavora per abbattere l’impronta carbonica dell’acciaio attraverso l’impiego del biometano nei processi produttivi.
Chi trasforma un’ex area industriale in un moderno data center alimentato dall’integrazione con energie rinnovabili.
Chi immagina distretti produttivi dove il monitoraggio ambientale diventa parte integrante della gestione industriale.
E ancora chi sceglie di affrontare uno dei problemi più complessi del nostro tempo: quello delle discariche dismesse, attraverso il landfill mining, una tecnologia che non si limita a bonificare ma recupera materiali, riduce l’impatto ambientale e restituisce valore economico a ciò che sembrava definitivamente perduto.
Sono progetti molto diversi tra loro. Eppure, raccontano la stessa storia. Quella di un Paese che, spesso lontano dai riflettori, continua a investire nella ricerca, nella tecnologia e nella capacità di trovare soluzioni concrete.
L’economia circolare non è un concetto astratto
Uno degli aspetti più interessanti di questa edizione riguarda il ruolo assegnato al recupero dei materiali.
Per anni abbiamo pensato ai rifiuti come al punto finale del ciclo produttivo. Da tempo non è più così.
I progetti premiati dedicati al recupero dei tessili dimostrano come un materiale destinato allo smaltimento possa invece diventare una nuova materia prima.
La selezione, la rigenerazione delle fibre, la certificazione dei materiali recuperati rappresentano un cambio di paradigma che interessa non soltanto il settore ambientale ma anche quello manifatturiero.
È qui che l’economia circolare smette di essere una definizione tecnica e diventa una scelta industriale.
Ogni chilogrammo recuperato significa minore consumo di risorse naturali, meno emissioni e una riduzione dell’impatto ambientale lungo tutta la filiera produttiva.
Anche il mare racconta una nuova storia
Tra i riconoscimenti assegnati ce n’è uno che guarda direttamente al Mediterraneo.
Attraverso una piattaforma digitale dedicata alla tracciabilità dei rifiuti recuperati dai pescatori, ogni scarto raccolto durante le attività di pesca viene identificato, pesato e geolocalizzato. È un’idea semplice solo in apparenza.
Perché dietro quel passaporto digitale si nasconde una nuova alleanza tra tecnologia, tutela ambientale e lavoro.
Il mare non è più soltanto il luogo dove il problema emerge. Diventa parte della soluzione.
Il nodo vero resta il rapporto con i territori
Forse è proprio questo l’insegnamento più importante dei Premi PIMBY Green; la qualità di un’opera non dipende esclusivamente dalla tecnologia utilizzata.
Conta il modo in cui viene raccontata. Conta la trasparenza con cui vengono condivisi dati, benefici e criticità. Conta la capacità di coinvolgere cittadini, amministrazioni e imprese prima che il conflitto diventi inevitabile.
Troppo spesso il confronto pubblico arriva quando le posizioni sono già irrigidite. Quando invece il dialogo nasce insieme al progetto, le possibilità di costruire consenso aumentano sensibilmente. La transizione ecologica, in fondo, è anche una questione di fiducia.
Oltre il premio, una riflessione sul futuro
I Premi PIMBY Green 2026 non celebrano soltanto sette esperienze di successo. Mettono in evidenza una verità che spesso dimentichiamo.
La sostenibilità non si misura nelle dichiarazioni, ma nella capacità di trasformare idee in opere, ricerca in applicazioni industriali, innovazione in benefici concreti per le persone.
“Troppo spesso nel nostro Paese opere utili e strategiche vengono rallentate da contrapposizioni ideologiche che finiscono per penalizzare cittadini, imprese e territori”, ha dichiarato a margine delle premiazioni il Presidente di ASSOAMBIENTE, Chicco Testa.
“I Premi PIMBY Green raccontano invece un’altra Italia: quella di amministrazioni, aziende e professionisti che scelgono il confronto, investono nell’innovazione e realizzano infrastrutture capaci di produrre benefici ambientali, economici e sociali. La transizione ecologica non si realizza con i divieti, ma con progetti concreti, tecnologie avanzate e un dialogo trasparente con le comunità”.
PIMBY Green 2026 – I Premiati
- Giovanni Pasini, Consigliere Delegato di Feralpi Group e Presidente di Acciaierie di Calvisano, per aver siglato il primo accordo a “filiera corta” per l’uso di biometano nei processi siderurgici.
- Fabio Biancucci, Head of Data Center Design and Construction Team di ARUBA, per il “Global Cloud Data Center IT3“, esempio di rigenerazione di un’area industriale dismessa e di integrazione tra infrastrutture digitali ed energie rinnovabili.
- Daniele Gerolin, Direttore Generale del Consorzio Ponterosso, per la trasformazione dell’area industriale di San Vito al Tagliamento in Area Produttiva Ecologicamente Attrezzata (APEA) anche attraverso strumenti digitali avanzati di monitoraggio ambientale.
- Anacleto Colombiano, Presidente della Provincia di Caserta, con il professor Giovanni Perillo, per il progetto di Landfill Mining, che punta al recupero ambientale e alla riqualificazione di due discariche dismesse mediante il recupero di materiali e la bonifica dei siti.
- Piero Bianco, Direttore Esercizio Porti della Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Meridionale, e Riccardo Parrini, CEO di The Nest Company, per il passaporto digitale dei rifiuti marini che consente ai pescatori, attraverso la piattaforma SEA Trace (lanciata a Termoli), di tracciare gli scarti recuperati in mare, registrando peso, tipologia e luogo di recupero.
- Fulvio Roncari, Presidente e Amministratore Delegato di A2A Ambiente, per il progetto Recycling Hub Tessile Piemontese, dedicato alla selezione e al recupero dei rifiuti tessili. Il primo passo vede la realizzazione di un nuovo impianto in provincia di Biella.
- Khadija Ajmi, Project Manager di Greenthesis S.p.A., per il progetto R.U.L.E. (Re Use Love the Earth), una piattaforma industriale destinata al recupero e alla valorizzazione degli scarti tessili pre-consumo attraverso la produzione di fibre rigenerate certificate.
Il Premio “Comunicazione e Giornalismo” è andato alla testata Staffetta Quotidiana per l’attività di informazione sempre puntuale e basata su dati verificati, che approfondisce quotidianamente tematiche energetiche e relative alla gestione rifiuti, illustrando le sfide che attendono il nostro Paese.
L’Italia dispone delle competenze scientifiche, tecnologiche e imprenditoriali per affrontare questa sfida. Ciò che serve è la volontà di superare contrapposizioni ideologiche, investire nel dialogo e riconoscere che la tutela dell’ambiente passa anche attraverso infrastrutture moderne, economia circolare e innovazione.
Perché il futuro non si costruisce opponendosi al cambiamento. Si costruisce imparando a governarlo.
Eleonora Giovannini