A Milano dal giugno 2025 tutti i pomeriggi siu radunano decine di persone per non dimenticare il genocidio
Milano, è certamente un luogo caratterizzato delle mille contraddizioni, tutt’ora ancora esistenti, tra la dorata città “da bere” e la povertà estrema, che troppe volte si trasforma in violenza feroce.
Ma rimane sempre, comunque la si guardi, una città crocevia di culture, di pensieri, di spinte intellettuali e di voglia di esprimere in modo chiaro e deciso le proprie idee, anche le più scomode.
Questa è una vocazione antica oltre un secolo, che ha accompagnato il capoluogo meneghino a diventare un’autentica e moderna “metropoli”; ciò, non solo per le aziende di successo, per la moda e per il terziario avanzato, ma anche per la sua capacità di essere ricca di idee e di opinioni.
E’ su questo presupposto che dal 16 giugno 2025, tutti i tardo pomeriggi, mentre il sole inizia a calare sul marmo rosa di Piazza Duomo a Milano, un silenzio profondo e quasi irreale taglia in due il frenetico viavai di turisti, pendolari e passanti.
Tra le ore 18:30 e le 19:30, decine di persone si radunano spontaneamente ai piedi della cattedrale per dare vita a una protesta muta, ma straordinariamente eloquente, una veglia quotidiana nata con l’unico scopo di ricordare le migliaia di vittime civili causate dai raid israeliani nella Striscia di Gaza.
Non ci sono megafoni che urlano slogan laceranti, né cori ritmati che interrompono la quiete della piazza, bensì solo corpi fermi, sguardi carichi di dolore e cartelli tenuti stretti tra le mani che riportano cifre, nomi e storie spezzate da un conflitto che sembra non trovare mai fine. Poi ci sono le bandiere della Palestina, che sventolano da oltre un anno, in quell’ora al giorno che attira sempre decine di attivisti, quelli “praticanti” e quelli occasionali.
Questa determinata e costante presenza oraria, trasforma un normale spazio urbano, simbolo del consumo e del turismo milanese, in un potente altare laico della memoria collettiva, dove il silenzio smette di essere passività e diventa un grido d’accusa contro l’indifferenza del mondo.
Chi partecipa a questo appuntamento giornaliero lo fa per strappare dall’oblio i volti dei bambini, delle donne e degli uomini rimasti sotto le macerie, offrendo ai passanti un momento di sosta forzata e di profonda riflessione interiore che contrasta nettamente con la velocità della metropoli circostante.
La forza di questa mobilitazione risiede proprio nella sua totale assenza di rumore, una scelta espressiva che costringe chiunque attraversi la piazza a guardare, ad interrogarsi sulla tragedia umanitaria in corso e a fare i conti con una sofferenza lontana nello spazio, ma drammaticamente vicina alla coscienza comune, dimostrando che l’empatia e il dissenso possono manifestarsi con una dignità calma. Capace di superare il clamore di qualsiasi piazza urlante.
“Non c’è solo Gaza, lo sappiamo. Ma Gaza è diventata un esempio del peggio che possa capitare a un popolo. Perché se passa il concetto che a Gaza sta morendo l’umanità, forse riusciremo a superare anche tutti gli altri conflitti”, sono strate le parole di una partecipante all’iniziativa, intervistata da una storia radio milanese nella primavera scorsa.
Fabio Buffa