La storia di Lina Cavalieri, soprano laziale, che mandava in visibilio tutto il pubblico che assisteva alle sue opere
Qualcuno, particolarmente appassionato dalla sua biografia e dalla fotografie che, copiose, un tempo venivano proposte da riviste, immagini cinematografiche e opere d’arte, l’ha definita la donna più bella di tutti i tempi.
Gabriele D’Annunzio la citò come, “la massima testimonianza di Venere in terra”, mentre i critici di teatro, che ebbero la fortuna di vederla esibirsi, dicevano che con lei “sul palco si crea sempre un’atmosfera di raffinata sensualità”.
Parliamo di Lina Cavalieri, nata nel Natale del 1875, quindi proprio in questi giorni cade il 150 anniversario della nascita.
Alcune fonti attribuiscono le sue origini alla città di Viterbo, altre invece parlano di un battesimo avvenuto il 26 dicembre nella chiesa di Santa Maria in Trastevere a Roma.
Comunque sia, la popolarità di questa donna, tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900, è stata impareggiagiabile.
E’ stata un soprano dalle caratteristiche tecnico-vocali (altezza della frequenza, intesità, timbro ed estensione) non straordinarie, ma con un carisma e una padronanza scenica che riuscivano a controbilanciare abbondantemente qualche piccola imperfezione nel canto, che comunque veniva gestista come fosse una peculiarità che diventava risosrsa, anziché limite.
Il padre (Florindo) era un muratore, mentre la madre (Teonilla Peconi) faceva la sarta. La leggenda ci racconta che Florindo intervenne in difesa della consorte sottraendola dalle mani del datore di lavoro, intento a molestarla. Un gesto che portò al licenziamento del padre di Lina, situazione che recò serie difficoltà economiche alla famiglia. Così Lina Cavalieri (all’anagrafe Natalina Adelina) a tredici anni fu costretta ad andare a lavorare per far quadrare i conti a casa. La madre, considerate le doti canore della figlia, spinse quest’ultima a prendere lezioni di canto: anche qui la leggenda ci parla di un seduzione subita da Lina da parte del proprio maestro, dal cui rapporto nacque il figlio della futura soprano.
Inizia ad avere i primi ingaggi da parte dei Caffè romani, dove si reca sempre accompagnata dalla madre, che assiste alle sue esibizioni, per poi riportala a casa in piena notte, nelle buie strade capitoline.
In quell’epoca (parliamo di fine ‘800) la capitale italiana dei Caffè Chantants, sullo stile della Belle Epoque, era Napoli, città in cui Lina trova spazio e popolarità.
Il sogno di questa nostra artista è quello di diventare una affermata cantante lirica, in questa veste debutta a Lisbona con l’opera “I Pagliacci” di Leoncavallo. Torna poi a Roma, ma lascierà nuovamente il nostro paese per l’Inghilterra, la Francia e gli Stati Uniti.
Torna a Napoli dove, al Teatro San Carlo, si eibisce ne “La Bohémne”: Lina Cavalieri ha 25 anni e si fa trovare sufficientemente matura per duettare con i più grandi cantanti lirici dell’epoca, come l’ex bambino prodigio Francesco Tamagno e il grandissimo Enrico Caruso.
Abiti audaci per l’epoca, una bellezza infinita, una padronanza della mimica, facevano di lei un mito che mandava in visibilio il pubblico. Tra lei e la platea si instaurava un’estasi che mai, prima di allora, si era vissuta.
Iconico fu il bacio, sul palco, tra Lina e Caruso, al termine del duetto d’amore in “Fedora”.
Interruppe la carriera canora all’età di quarant’anni e si dedicò al cinema: debuttò sul grande schermo con “Manon Lescaut” (siamo ancora in epoca di cinema muto), poi (nel 1915) recitò in “Sposa nella morte!”, mentre l’anno dopo fu la volta de “La rosa granata”. In totale la si troverà in sette pellicole.
Nel 1955 uscì il film dedicato alla sua vita, interpreato da Gina Lollobrigida (nei panni di Lina Cavalieri), Vittorio Gassman e Valeria Fabrizi; il titolo è “La donna più bella del mondo”.
Questa soprano si sposò cinque volte e le furono attribuite oltre ottocento proposte di matrimonio da personalità potenti e colleghi.
Attorno ai cinquant’anni andò ad abitare nei pressi di Rieti, ma morì a Firenze, durante la seconda guerra mondiale, in occasione di un’incursione aerea da parte degli americani: era il 7 febbraio 1944.
Fabio Buffa