Un’oasi di natura nel centro di Milano: l’orto botanico di Brera.

Dentro la Pinacoteca di Brera un piccolo eden con fiori e piante esotiche e una lunga tradizione medica e fitoterapica.

Quando si parla di Brera a Milano si pensa sempre all’Accademia di Belle Arti e ancor più all splendida Pinacoteca con i suoi tesori legati ai nomi di Hayzez, Crivelli, Mantegna e tanti altri straordinari artisti che hanno fatto la storia dell’arte. Eppure, Brera da alcuni anni ha riaperto al pubblico anche un altro piccolo gioiello che pochi conoscono e visitano: il giardino botanico. Piccolo, discreto e nascosto dal grande palazzo è un’oasi verde per la città di Milano.

L’elegante palazzo della Pinacoteca è opera tardo barocca, ma già nel Mille i monaci Umiliati, un ordine semimonastico, approdarono in questa zona detta braida cioè incolta e da cui deriva il nome Brera. I monaci costruirono la loro sede corredata di un orto e divenne famosa per la lavorazione della lana.

Nel Cinquecento l’odine fu abolito a favore dei Gesuiti con i quali iniziarono i lavori di rinnovo della sede destinata a scuola, ma fu poi l’arciduchessa Maria Teresa d’Austria che, a fine Settecento, ampliò l’istituto con una grande biblioteca, l’Accademia di Belle Arti e l’orto botanico. Quest’ultimo, chiamato anche orto teresiano in onore della sua fondatrice, era sede di esercizio per gli studenti che coltivavano soprattutto piante officinali. Il giardino, infatti, era propedeutico agli allievi di medicina e farmacia che qui potevano coltivare e sperimentare i principi officinali delle piante per curare le malattie dei loro futuri pazienti.

Con l’arrivo di Napoleone, che qui raccolse tutte le opere d’arte prelevate nella penisola, il giardino botanico si arricchì di specie di piante dal sapore esotico per divertire il pubblico della buona società che lo frequentava concedendosi un momento di relax dalla città e scoprire varietà di fiori sconosciuti.

Da questo momento di vivacità, fino dopo la Seconda guerra mondiale, l’orto di Brera cadde in disuso e abbandonato all’incolto per poi essere annesso all’Università degli studi di Milano che ne ha promosso il recupero attorno al 2001.

Una lunga opera di studio e rinnovamento che ha ripristinato la disposizione originale con le aiuole, i viali e le due grandi vasche d’acqua per le piante acquatiche, e ha salvato molte delle antiche piante, tra cui i vetusti Gingko Biloba che sono la memoria storica di questo giardino.

Il percorso si articola su quasi 5000 metri quadrati e presenta graziose aiuole con piante officinali, ortaggi, bulbi primaverili accanto a diverse varietà di alberi che sono stati recuperati dal 2018.

Entrando ci si estranea dal chiasso del quartiere popolato da turisti, ristoranti e negozi, per arrivare ad un piccolo eden che si muove tra natura e arte con la bella facciata a mattoni del palazzo che percorre tutto il giardino ed è coperta da piante rampicanti creando un’atmosfera retrò tipica del passeggio romantico dell’Ottocento. Solo un monumentale cancello disegnato da Ruggero Moncada di Paternò e realizzato da Filippo Orsi Mangelli Alverà guarda verso l’esterno delle vie affollate di pedoni.

Oggi l’orto è visitabile gratuitamente e propone visite guidate e laboratori didattici con la duplice mission di far conoscere la peculiarità delle specie floreali, anche con occhio scientifico e didattico, e spronare ad una sensibilità green tra visitatori soprattutto sull’importanza delle aree verdi all’interno delle città come mezzo di salute fisica ed intellettiva.

Per informazioni: ortibotanici.unimi.it

Federica Candelaresi

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