L’ossessione d’amore in Teocrito: L’incantatrice

Teocrito, creatore del genere poetico dell’Idillio (III a.C), è comunemente considerato, subito dopo Euripide e Saffo, il poeta che meglio ha saputo descrivere i devastanti effetti dell’ossessione d’amore.

In qualche modo egli riesce addirittura a superare il modello saffico, descrivendo tutti i diversi stadi del trasporto amoroso e ponendo l’accento sugli effetti che una passione incontrollata può avere sulle condizioni psicologiche e fisiche del soggetto che ne è travolto (a partire dal disfacimento della bellezza esteriore).

È proprio questo che, infatti, accade nel mimo urbano dell’incantatrice (Idillio II), dove Simeta, giovane donna sedotta e abbandonata dal bellissimo Delfi, compie insieme alla muta ancella un disperato rito magico per riconquistare il cuore del suo amato che Eros e Afrodite hanno reso mutevole e incostante. Il rito, praticato in riva al mare «in una notte di plenilunio», è descritto con estremo realismo e viene eseguito con la convinzione di resuscitare un amore che un tempo fu intenso e travolgete.

Amore e magia s’intrecciano, dunque, inevitabilmente nei versi di Teocrito, mentre le sequenze della cerimonia (interessantissima dal punto di vista antropologico ed etnografico), vengono ossessivamente scandite da un verso intercalare che riveste la funzione di una formula magica rivolta alla luna: «Ruota, trascina tu quell’uomo alla mia casa!».

L’amore è, quindi, visto modernamente dal poeta come un processo naturale che ha un suo inizio e anche un suo sviluppo e una sua fine, e che può purtroppo portare anche al deliquio della passione amorosa: «Tace ora il mare e tacciono anche i venti, ma non tace l’angoscia nel mio cuore. Io sono tutta un fuoco per quell’uomo che mi ha reso infelice, che di me non la sua sposa ha fatto, ma una donna di strada senza onore».

Simeta lega un uccello con fili di lana, lo brucia insieme all’alloro, lo scioglie come cera e lo fa girare come un disco, in un crescendo minaccioso che culmina con l’immagine delle sue ossa cosparse da una poltiglia di erbe. Una situazione straziante che, tuttavia, non logora minimamente l’anima della ragazza, il cui volto resta impietrito come quello di una maschera, fermamente convinta di volersi a tutti i costi riprendere quell’amore che paradossalmente le ha rovinato la vita.

Ambra Belloni

Articoli simili

Sistema di soccorso in emergenza e urgenza: serve istituzionalizzare la figura del soccorritore

Sorrentino: le sale cinematografiche hanno bisogno di noi

60 anni fa iniziava la carriera di Mia Martini