Francesco di Paola, il santo eremita

Il suo nome era Francesco D’Alessio, conosciuto come fratello Ciccio lo Paolano.
Nato a Paola, il 27 marzo 1416, a nord della splendida regione allora chiamata Calabria Citeriore, è stato fondatore dell’Ordine dei Minimi e aveva aperto diversi centri religiosi per la sua comunità. Peregrinava in tutta la Calabria e oltre il Pollino, per predicare la parola del Vangelo.
Della sua popolarità e dei lunghi periodi d’eremitaggio che aveva vissuto, prima in una capanna e poi in una grotta dentro un bosco, quasi tutti nella regione avevano sentito parlare della vita da santo che conduceva.

Il suo nome, accompagnato da miracoli e prodigi, aveva raggiunto l’attenzione di Luigi XI il quale, gravemente ammalato e deluso dalle cure dei suoi medici, mandò alcuni emissari per invitare l’anacoreta calabrese alla sua corte. Ma frate Francesco si rese disponibile alla richiesta del sovrano francese solo dopo il consenso del Papa Sisto IV e del re Ferrante i quali, non avevano buoni rapporti con la corona francese, accordarono questo viaggio per mero calcolo di opportunità e convenienza politica. Così, il santo calabrese, il 2 febbraio 1483, partì, a piedi, alla volta di Tours, in Francia, che raggiunse dopo essersi fermato in diverse città, dove venina accolto e acclamato come un prediletto di Dio.
Non guarì Luigi XI, infermo a causa di una grave forma apoplettica, però la sua presenza aiutò il sovrano a sconfiggere la paura della morte e lasciare la vita terrena con grande serenità.
Il Santo di Paola non fece più ritorno dalla Francia e morì, alla veneranda età di novantuno anni, il 2 aprile 1507 nel Castello Fortezza di Plessis-lez-Tours assistito da Anna Bolena figlia di Luigi XI.
La storia di quegli avvenimenti, certamente pervenutici mitizzati, ora riecheggia nel miracolo della memoria popolare e degli storici annotato, poi riscritto, poi riveduto, sì da lasciare conferma che in ogni leggenda c’è qualcosa di vero.

Era quella un’epoca che evidenziava maggiormente le differenze tra le Città Stato del nord Italia e tutto il meridione.
La Calabria trovava nella lotta alla sopravvivenza il motivo di vivere per esistere e qualche scintilla di anima solitaria, come quella di Francesco, appunto, che si avventurava oltre l’insondabile attraversando le strade del misticismo che portano a Dio. E Dio ascoltava e provvedeva.
Di miracoli ne aveva compiuti tantissimi e le cronache dell’epoca ce lo tramandano come il più grande taumaturgo della storia cristiana.
Le guarigioni che aveva compiuto ispirarono, nel 1882, lo scrittore Victor Hugo che scrisse una commedia dal titolo Torquemada, il frate domenicano, capo dell’Inquisizione, che commise orribili atrocità in nome della chiesa di Roma.
In un passaggio di quest’opera c’è un dialogo tra i due personaggi, l’uno che incarna la crudeltà e l’altro la non violenza e l’umiltà.
Torquemada chiede al frate calabrese:

<<Si dice che fai dei miracoli>>.

E lui gli risponde:

<<Ne veggo. Tutte le mattine l’alba inargenta le acque; l’immenso sole sorge per i piccoli uccelli; la mensa universale servita agli affamati si drizza nei campi e nei boschi; l’ombra si riempie di vita, i fiori si aprono, splende il gran cielo azzurrino. Ma non sono io che fo tutto questo, è Dio>>.

Bruno Cimino

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