Fame nel mondo e “cinofagia”: crimini aberranti dal Vietnam al massacro di Yulin

In occasione della Giornata Mondiale per l’Alimentazione del 16 ottobre 2019, la FAO ha dichiarato, per mezzo stampa, che entro il 2030 nessun paese al mondo dovrà soffrire la fame. Lo terremo a mente. Intanto registriamo 820 milioni di “affamati”, di cui 220 milioni sono bambini, ma quasi 700 milioni di persone sono in sovrappeso. Le popolazioni della terra non usufruiscono equamente dei prodotti alimentari; il 14% dei cibi va perduto perché scaduto, per problemi climatici e per spreco a tavola. Insomma siamo di fronte a cibo che manca e a cibo in eccesso.
Per fame e per tradizione, dall’altra parte del pianeta rispetto a noi, continuano i crimini sugli animali. Ad Hanoi, nonostante le autorità locali abbiano annunciato un piano per vietare la vendita di carne di cane (si dice nel 2021), è sempre in aumento il numero di quelli tenuti come animali domestici, che poi finiscono sulle tavole apparecchiate. Questo accade principalmente nei centri rurali, mentre i residenti nelle città, da qualche anno, migliorando il proprio stile di vita, sembra abbiano timidamente iniziato a riconsiderare il cane come animale domestico.
In un articolo apparso la scorsa primavera sull’AsiaNews.it, risulta che molti vietnamiti urbanizzati soffrono di stress e solitudine a causa del lavoro moderno e di uno stile di vita al quale non erano abituati. Secondo il Dipartimento per la Salute degli Animali del Vietnam, lo scorso aprile, 5,4 milioni di cani allevati hanno trovato alloggio come animali domestici: uno su 17 vietnamiti ne aveva uno.
Negli ultimi anni, l’uso di Internet ha anche loro permesso di accedere a maggiori informazioni e di essere più coscienti su ciò che mangiano. Secondo la Vietnam Food Administration, la consapevolezza dei consumatori sulla sicurezza alimentare è aumentata dal 38,3 per cento nel 2006, all’83,8 per cento nel 2014. Si prevede che questo numero raggiungerà il 90 per cento nel 2020. Speriamo, sarebbe ora; comunque, meglio tardi che mai!
Al di là di queste notizie proiettate verso il futuro, va ricordato che, ad oggi, circa cinque milioni di cani sono venduti per uso alimentare, quasi lo stesso numero di quelli che vivono come animali domestici (strana coincidenza ai dati riportati prima!). Inoltre, c’è da sottolineare che la carne di cane non è attualmente regolamentata dalle autorità alimentari. A Ho Chi Minh City (Saigon) e Hanoi, per esempio, molti ristoranti e mercati vendono normalmente carne di cane (apprezzato “da loro” è il thịt chó) e nessun mattatoio è legalmente riconosciuto o registrato per i cani da macello. Non ci sarebbe da meravigliarsi se la carne di cane la trovassimo al Bến Thành Market di Ho Chi Minh City! Si sa, tuttavia, che è in bella mostra al mercato di Duong Don, nella località di Phu Quoc, un’isola turistica molto frequentata anche dagli occidentali.
Purtroppo le autorità locali (pensate un po’) non sono in grado di controllare la lavorazione della carne in termini di sicurezza e qualità, tant’è che mesi fa, dagli uffici di gestione della sicurezza alimentare, è stato diramato un comunicato per esortare i cittadini a smettere di mangiare carne di cane, citando il rischio che i parassiti sono pericolosi per l’uomo in quanto portatori di malattie gravissime quali la rabbia e il colera.
Intanto, nel mentre continua  il “canicidio”, i vietnamiti discutono, opinano, tergiversano e rimangono divisi sulla questione, ossia se trattare i cani come amici o cibo.
Noi, dopo aver appreso di queste realtà, letto, discusso, opinato e tergiversato siamo arrivati alla conclusione che la cinofagia è dura a morire. Evidentemente il progresso in questi luoghi non cammina parallelo alla civiltà.
A fare concorrenza al Vietnam ci sono molti altri paesi orientali, Corea del Nord e del Sud, Thailandia, Nepal, Birmania, India, Cina, Indonesia, Filippine, eccetera.
In Nepal, nel 2009, sono stati macellati più di 300.000 animali e a tutt’oggi risulta il più grande sacrificio mai organizzato al mondo. Si tratta di un evento in onore della sanguinaria dea Gadhimai, la quale, grazie a questi crimini (che per i nepalesi sono opere religiose), favorirebbe il benessere delle famiglie.
Un paio di anni fa il Presidente della Corea del Nord Kim Jong-un esortava i cittadini a mangiare carne di cane perché, sosteneva, contiene più vitamine di quella di pollo, manzo o maiale. Questo accade ancora anche nella moderna Corea del Sud.
Tra queste allucinazioni gastronomiche impera la Cina, ben nota per i massacri annuali che si perpetrano su cani e gatti, specialmente in occasione di una festa che si svolge a Yulin, città cinese della provincia meridionale del Guangxi: una mattanza che ha inizio con il solstizio d’estate e si conclude alla fine di giugno. Una feroce saga annuale che credono abbia valore di portafortuna.
Secondo quanto dichiarato lo scorso giugno, con un apposito comunicato, Human Society International (HSI) e il gruppo statunitense Duo Animal Welfare Project, per il festival di Yulin ci sarebbe dovuto essere il divieto di vendita di carne di cane e gatto per i mercanti di strada, ristoranti e per le macellerie. Ma la minaccia di arresto o le multe sino a 14,500 dollari non ha fermato i trasgressori.
Le statistiche riportano che ogni anno nei paesi asiatici, tra cani e gatti, ne vengono macellati circa 15 milioni. Migliaia proprio nei giorni in cui si tiene la citata ricorrenza di Yulin.
E tutto questo nonostante le coraggiose proteste di centinaia di animalisti cinesi, sostenuti anche dalla presenza di colleghi occidentali.

Bruno Cimino

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